Il rassicurante rapporto con gli status symbol

12 Aprile 2023



Il rassicurante rapporto con gli status symbol
Il rassicurante rapporto con gli status symbol

Spesso come molti adulti mi sono chiesto perché spendere molti più soldi per un oggetto di marca rispetto un no-name. E perché i genitori debbano essere più o meno permissivi nell’acquistare prodotti a brand per soddisfare i capricci dei propri figli.

Non ha senso pagare il doppio, a volte, il triplo per un paio di scarpe solo per accontentare il figlio. Ma bisogna, anche, pensare alla nostra generazione, quella dei cinquantenni, dei sessantenni. Da Milano partì il termine Paninaro per i ragazzi adolescenti che poi si tramutò in yuppies per i ventenni/trentenni.

Il paninaro non è stato solo un  termine per indicare i ragazzi che vestivano alla moda con capi costosi e di marca, ma identificò un fenomeno di costume adolescenziale, nato nei primi anni ottanta a Milano e poi diffusosi in tutta Italia

Tutto era rivolto ad appartenere ad un gruppo; un gruppo di persone che erano spinte verso l’apparenza dell’uomo di successo, la voglia di apparire però spingeva l’adolescente e poi uomo verso la carriera, verso il lavoro come mezzo per arrivare al successo.

Giusti o sbagliati quegli obiettivi hanno permesso a Milano di eccellere e splendere tanto da rimanere fino a noi ed essere ricordato lo slogan “La Milano da Bere “ dell’amaro Ramazzotti.

Slogan che indicava il boom economico, ma anche un’epoca ottimista e sognatrice legata molto al mood della dolce vita romana.

Quei giovani, poi adulti, hanno incarnato gli yuppies raccontati in molti film e con rammarico ora molti giovani e meno giovani rimpiangono gli anni 80 come periodo florido del nostro Paese sia sotto l’aspetto economico, ma anche culturale, musicale, teatrale e sperimentale.

Le discoteche, i teatri erano gremiti di persone e le città brillavano più di notte che di giorno. Milano era viva tutte le notti, troneggiavano i sogni, la spensieratezza e le aspettative per il futuro erano rosee.

Era il periodo dell’ascesa di Silvio Berlusconi e Giovanni Agnelli con l’orologio sul polsino. Era l’epoca del sogno Italiano e del made in Italy come marchio internazionale riconosciuto e pregiato.

Erano gli anni d’oro dell’italiano come grande amatore e dell’amore scritto e spiegato da Alberoni , delle storie d’amore estive a Rimini e in Versilia…insomma era tutto “sapore di mare”, sapore d’Italia.

I giovani adesso hanno meno sogni, le aspettative sono meno rosee e i sogni inghiottiti dagli smartphone che riducono la capacità di sognare e di creare.

Ragazzi sempre più informati, sempre più internazionali, ma meno sognatori, meno ottimisti.

Sono anche più fragili perché hanno smarrito molti punti di riferimento in questa società globalizzata e con una incessante presenza del web. Vite reali e vite parallele nei social, allora ben vengano alcuni punti fermi di appartenenza al gruppo e di rifugi reali di condivisione .

Ben venga che Nike sia un riferimento nelle scarpe, Adidas nell’abbigliamento, che Gucci ,Dior e Guess negli accessori siano ricercati e apprezzati, che nuovi brand Pinko, North face, Terranova  Harmont e Blaine siano in forte ascesa. Che il grande Giorgio Armani sia sempre e comunque omini presente e sul lato tecnologico gli IPhone siano lo status symbol più ambito.

A volte mi soffermo nel vedere come vestono i ragazzi oggi, non c’è più un’uniformità come negli anni 80 dove i vari gruppi erano suddivisi tra paninari, punk, metallari, rockabilly, dark, etc

Hanno perso per fortuna o forse per sfortuna la voglia di appartenere ad un gruppo, ma ancora vi sono dei punti di contatto, degli oggetti di riferimento e la voglia di far vedere che loro li posseggono con la stessa identica vanità con cui noi indossavamo le Timberland o i 501 Levi’s o la cinta del Charro o la polo Lacoste.

Alla fine questo rassicurante rapporto con gli oggetti status symbol mantiene ancora i nostri ragazzi uniti, gli permette ancora di sviluppare la voglia di partecipare e seguire il gruppo, di appartenere alla società reale, quella fisica, quella vera, dove ancora le scarpe da tennis accatastante una sull’altra mentre quattro amici guardano la partita alla tv ancora puzzano.

E ben venga che siano Nike , Adidas o altre marche che i giovani decideranno ad essere quei legami e quella voglia di fare gruppo, a stimolare il loro desiderio di possederle e di mostrarle, ad incentivarli a guadagnarsele , a spingerli a fare e a costruire la loro vita.

E siamo noi, ora, adulti a dover dare ai nostri giovani il giusto peso, a legare i loro desideri agli obbiettivi da raggiungere.

Siamo noi che dobbiamo indirizzare quel loro ardire, quella brama di essere e di apparire che ha sempre e sempre sarà l’eterno motore del progresso umano.

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Andrea Canafoglia Venturini

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