La Brutt’Époque (seconda puntata) L’arredo urbano

3 Maggio 2023



La Brutt’Époque (seconda puntata) L’arredo urbano
La Brutt’Époque (seconda puntata) L’arredo urbano

Vi presentiamo la seconda puntata (di dodici) del saggio a puntate “La Brutt’Époque” di GIusy Cafari Panico che, partendo dal confronto con la Belle Époque descrive alcuni aspetti della società contemporanea occidentale. 

La redazione

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È bello camminare nella Bellezza. Lo sanno bene coloro che hanno la fortuna di vivere in luoghi straordinari dal punto di vista naturale. Svegliarsi guardando un’alba al mare o una cima innevata, o una collina dolce e verdeggiante è una gioia per l’anima.  Con l’avvento della rivoluzione industriale il numero delle persone che vive a contatto con la natura è diventato via via minoritario rispetto a quello che vive nelle città, fino a culminare in un sorpasso avvenuto nel 2001. La vita nelle città, tuttavia, può essere anche molto piacevole, soprattutto quando l’arredo urbano è bello e a misura d’uomo.

Nella Belle Époque, per tornare alla nostra “pietra di paragone”, c’era un anelito al miglioramento delle strade e degli edifici urbani, alla ricerca di armonia e piacevolezza. L’architettura era in pace con la natura, la imitava, lo stile floreale era quello più in voga, la bellezza era sparsa in ogni modo. Ogni particolare era frutto di studio, di accuratezza, di impegno.  Basta fare un salto al quartiere di Montmartre a Parigi, ammirare la basilica del Sacro Cuore, costruita in quegli anni con un materiale che dopo ogni pioggia è sempre più splendente, o il Moulin Rouge e gli altri templi dell’intrattenimento di quell’epoca, i palazzi borghesi, le stradine animate dagli artisti. Oppure fare una passeggiata nelle gallerie delle città italiane, come la Galleria Vittorio Emanuele II a Milano che collega Piazza Duomo alla Scala, esempio straordinario di architettura commerciale, ricca di negozi e di locali, il salotto buono della città, a portata di tutti.

Veniamo all’oggi. Per trovare un edificio di una qualche bellezza, nelle nostre città, bisogna risalire a diversi decenni fa, visto il disastro apportato dall’edilizia abitativa degli anni sessanta e settanta.  Direi che si può partire dalle chiese, perlomeno in Italia, considerando l’architettura religiosa come segno distintivo di tante realtà urbane. Noi italiani siamo abituati, da secoli, a chiese straordinarie, dentro e fuori, dal Nord al Sud, dal Duomo di Milano alla Cattedrale di Noto. Improvvisamente, però, la Bruttezza si è insediata proprio nelle case della spiritualità. Chiese di mattoni, marroni, dai volumi goffi e sgraziati, tetti spioventi, vetrate simili a quelle delle farmacie, croci grosse e primitive, Per entrare bisogna assicurarsi che non siano ambulatori medici, farmacie o piccoli market. O capannoni. L’interno non è migliore, con luminosità naturale molto alta, data dai vetri trasparenti, pochissimi elementi di decorazione, icone sacre di arte moderna, spesso astratta. Sembrano più sale convegni di grandi aziende.

Sono chiese costruite dopo Il Concilio Vaticano II, che ha modernizzato la Chiesa. Le chiese sono così solo edifici funzionali, che rinnegano qualunque ricercatezza, spesso dirette da preti operai senza tonaca, in ossequio a uno spirito dei tempi  prosaico e funzionale. Peccato che siano orrende e che nessuno, entrandovi, possa entrare in uno stato contemplativo e di raccoglimento.

La passeggiata prosegue nelle stazioni, un tempo luoghi piacevoli e abbelliti da architetture trionfanti e ben tenute. La stazione di Milano, in stile Liberty e Art Déco, progettata proprio negli anni della Belle Époque anche se inaugurata nel 1931, è specchio di quel periodo. Le stazioni sono biglietti da visita delle città e delle nazioni, chi vi sosta per prendere una coincidenza ha un imprinting con il luogo che difficilmente dimenticherà. Le stazioni di oggi sono macchiate, in Italia, da profondo degrado, frequentate di giorno e di notte da un’umanità dolente e povera, che vive di espedienti, di commercio di droga, spesso nella sporcizia e nel degrado. Le donne, specialmente, sono in pericolo, nelle ore meno frequentate, in aumento gli stupri, soprattutto nelle grandi città e in particolare proprio a Milano. Il degrado poi, si vede anche nello scarso funzionamento dei distributori automatici di biglietti, spesso manomessi.

Una camminata rapida nel centro e nella prima periferia fa balzare agli occhi ciò che, come si ribadisce, ormai è evidente a tutti. Le architetture più belle sono quelle antiche, i nuovi inserimenti sono stridenti, irrispettosi del contesto, pugni in un occhio. Al di là della desolazione visiva provocata dai centri commerciali, dinosauri di mattoni mal colorati e mal assortiti, sono proprio le nuove abitazioni che sono brutte. La cementificazione del dopoguerra non è mai finita, il boom dei cosiddetti palazzinari prosegue ancora oggi, con l’utilizzo di materiali scadenti, sia di muratura che di colore, senza rispettare nessuna pianificazione sensata.  I palazzi schifano l’esempio della natura, pieni di spigoli, spesso senza schermi architettonici che nascondano l’uso del cemento o del ferro. C’è una certa brutalità ( non a caso alcuni anni fa spopolava lo stile brutalista) in questa sopraffazione dello spazio, una mancanza di delicatezza e di garbo che offende l’occhio,

Questo cosiddetto stile è omologato, ogni quartiere moderno sembra identico ovunque, tutto sembra un immenso non luogo, senza specificità, senza contorni locali. Del resto, in tema di architettura semplificata e funzionale, un cubo è un cubo ovunque, sono i particolari che fanno la differenza. Ma il periodo è quello dell’omologazione, non quello della differenziazione.

Per questo, che ci si trovi a Firenze o a Praga, non manca, a ridosso del centro e dei suoi capolavori, la sagoma primitiva di un Mc Donald o di mille altre multinazionali del cibo o della moda. L’unica forma architettonica piacevole, tutto sommato, è il grattacielo, che tuttavia, per tanti motivi strutturali, non è una struttura particolarmente adatta all’Europa e in particolar modo alla montagnosa Italia.

A peggiorare la bruttezza dei nuovi edifici, l’inquinamento, sempre in peggioramento, che li rende fuligginosi, e, ultimamente, anche la scarsa manutenzione che se ne fa, dovuta all’impoverimento della classe media, proprietaria delle case, e all’arrivo di stranieri con poche o nulle risorse economiche.

Inoltre, anche in Europa stanno aumentando i senza tetto.  La situazione, tuttavia, è ancora lontana da quella degli  USA, soprattutto della California, dove nei quartieri residenziali di Los Angeles e San Francisco  bisogna stare attenti a non inciampare in migliaia di persone che, ridotte sul lastrico, sembrano zombies rovinati da droghe potentissime.

Ovviamente ci sono  molte oasi, in questo purgatorio urbano del nostro millennio, tuttavia queste si trovano quasi sempre nella natura, quando è protetta dai nuovi barbari, oppure nei piccoli centri, dove si passeggia nell’antico, al riparo da un presente straniante e volgare.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico, caporedattrice (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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