La Brutt’époque (Terza puntata) La Francia della Brutt’époque

13 Luglio 2023



La Brutt'époque (Terza puntata) La Francia della Brutt'époque
SCONTRI A PARIGI

Se la Francia della  Bell’époque era la patria del bel vivere, la capitale culturale del mondo, il simbolo di un’età dell’oro, che si può dire della Francia ai tempi della Brutt’époque?

La Francia è uno stato in decadenza, come tutti gli stati europei.  Impotente o quasi in campo geopolitico, soggetta alla superpotenza americana in tutto e per tutto, non brilla più come prima in nessun campo particolare, né della scienza, né della cultura.

Il centro del mondo non è più in Occidente, non è più nemmeno negli Stati Uniti, figuriamoci nella Vecchia Europa.

Le grandi costruzioni, quelle che segnano le epoche, sono in oriente, come grattacieli dai piani sempre più alti, che svettano nei paesi arabi, pagate dai barili di petrolio degli sceicchi. La musica francese, da tempo immemorabile ormai, è subordinata alle varie mode statunitensi, con alcuni excursus nelle sonorità arabe. Edith Piaf è un ricordo sempre più sbiadito. Le arti figurative non interessano più a nessuno e così la filosofia, campo nel quale forse primeggiano ancora, sempre che qualcuno sia in grado di notarlo. Permangono ancora i grandi romanzieri, primi su tutti Michel Houellebecq e Emmanuel Carrère, che tuttavia, soprattutto il primo, appaiono più i cantori di una grande civiltà in decadenza, sull’orlo di un baratro irreversibile.

Se c’è un primato che la Francia mantiene sull’Europa, e forse sul mondo, è quello di essere sempre una nazione all’avanguardia. Quello che succede in Francia poi si diffonde altrove. E’ successo ai tempi della Rivoluzione Francese e ai tempi della “Comune”, in parte anche ai tempi dei sessantotto. Succederà anche ora?

Cosa è successo  infatti alla Francia del Can Can, della Tour Eiffel, della Grandeur, di Napoleone?

Si può scattare un’istantanea in questo luglio del 2023, tra i roghi che i giovani delle banlieue delle grandi città hanno acceso su tutto il territorio, causando terrore e devastazione, a seguito dell’uccisione di uno di loro da parte della polizia.

La Francia è un esempio di mancata integrazione etnica, di malcontento, di tensione continua. Il Maghreb decolonizzato si è trasferito in Francia con numeri impressionanti, milioni di persone. A queste si sono sommati negli ultimi anni i migranti che in modo massiccio sono arrivati in tutta Europa con gli sbarchi, spesso tragici, del Mediterraneo.

La maggior parte degli immigrati è di religione musulmana. Per contro, tra i residui indigeni transalpini la religione cristiana è sempre meno praticata, sempre meno sentita, e trionfa l’ateismo. Il risultato è che le moschee stanno superando le chiese. Tanti edifici religiosi sono stati sconsacrati, tanti sono in rovina, alcuni sono stati semplicemente abbattuti. L’influenza della religione musulmana è sempre più influente, la lettura di “Sottomissione” del citato Houllebecq è piuttosto illuminante.

I francomagrebini, tuttavia, per la maggior parte, non sono saliti molto nell’ascensore sociali, tanto è vero che la seconda, la terza e ormai la quarta generazione, vive molto spesso nelle parti popolari delle città e occupa lavorativamente posizioni piuttosto basse e poco retribuite. Lasciando i motivi a ricerche più complesse, è evidente che  ci sono nuclei di persone piene di rabbia e di malcontento, le cui famiglie hanno lasciato patrie millenarie per arrivare in luoghi a cui non li lega nulla salvo la possibilità di migliorare la propria posizione economica, fatto non avvenuto e quindi foriero di molta frustrazione.

Inoltre la Francia brucia di rabbia anche per altri motivi. La perdita di potere dei salari nell’economia globalizzata, le proteste degli agricoltori contro le spesso sciagurate politiche europee, ricordiamo bene le rivolte dei gilet gialli.

Lontani gli anni dell’energia straripante che irradiava da Parigi, dalla sua stazione con le locomotive sbuffanti, dai cabaret gremiti di gente, da una ville lumière decadente che sembra accendersi solo di rabbia.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico, caporedattrice (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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