La rabbia, una passione triste

3 Marzo 2021



La rabbia, una passione triste
La rabbia, una passione triste

Quando certi valori per noi fondanti vengono attaccati, quando ci sentiamo feriti, sembra evidente, allora ci arrabbiamo. Ma il punto è: con chi? Non è sempre facile indirizzare la rabbia verso il vero responsabile.

A volte il problema sta nel riconoscerla: non sempre ci si autorizza a sentirla. Essendo un’emozione forte, fa paura. Non è bella da vedere. Se siamo arrabbiati perdiamo il controllo e diventiamo reprensibili. Se ci arrabbiamo con qualcuno apriamo un conflitto, ci esponiamo. La rabbia è difficile da vivere.

Deviare la rabbia

Spesso siamo invitati a non arrabbiarci. La società, la cultura, la religione, l’educazione che ci ricorda le buone maniere, il giudizio altrui, sono tutti fattori che definiscono la rabbia come una “brutta cosa”. Ma se non riconosciuta e non espressa, prenderà un’altra via. A volte questa direzione si rivela una pericolosa deviazione. Perché? Perché si tratta di una quantità di energia distolta dal suo obiettivo. Pensiamo di evitare un confronto non arrabbiandoci. Vogliamo proteggerci dalle implicazioni dell’espressione della rabbia, ma ne risulta che la quota di energia emozionale non diminuisce, viene soltanto deviata. Il rischio è di perdere di vista una parte di noi stessi, in quanto arrabbiati, e quindi di dimenticare una nostra parte fuori dal discorso

Può accadere, allora, che, inconsapevolmente, rivolgiamo la rabbia contro noi stessi, con il rischio di andare incontro a delle sofferenze psichiche, altre volte la indirizziamo contro qualcun altro che non c’entra direttamente, attaccando la relazione, con i conseguenti sensi di colpa.

Nel mio lavoro clinico, ho riscontrato come l’abuso da parte di un familiare subìto nell’infanzia o nell’adolescenza, con la conseguente rimozione e la mancata elaborazione della rabbia, sia una delle esperienze più devastanti e difficilmente perdonabili che possono colpire una persona.

Chi subisce l’incesto spesso non ne parlerà per gran parte della vita. Si limiterà a non reagire, ma tutte le relazioni di fiducia e di amore ne saranno intaccate. Un doppio senso di colpa scaturisce da questa deviazione della rabbia. “Forse quello che è successo è stato anche per colpa mia e dunque non ho diritto di arrabbiarmi”. Oppure: “avrei dovuto difendermi, e non l’ho fatto. Ho perso il diritto di arrabbiarmi, è troppo tardi.”

Un esempio clinico

Una paziente, depressa, abusata dal padre durante l infanzia, non parlò mai con nessuno di quelle circostanze dolorose e orribili. Mai si autorizzò alla rabbia verso il genitore abusante. Si trattava di un padre che, come tale, avrebbe dovuto proteggerla ma che, invece, aveva tradito la sua fiducia. Da protettore era diventato un persecutore.

Molti anni dopo sarà il marito a tradirla. È in quest’ultima occasione che la paziente incanala una rabbia feroce, caratterizzata da reiterati comportamenti aggressivi e minacciosi, non solo verbali, nei confronti del partner. È una rabbia che le impedisce di perdonare l’uomo, il quale vorrebbe, a volte anche implorandolo, il suo perdono.

Riuscire a ricordare e rivelare, nel corso della terapia di coppia, il dramma dell’incesto, le ha fatto comprendere come la rabbia attuale contro il marito fosse anche un riverbero di una rabbia  rimossa, più antica e mai espressa contro il padre. La comprensione, anche da parte del coniuge, del doloroso trauma subìto dalla moglie, è stato importante per entrambi e ha determinato un primo passo nel  loro riavvicinamento. Determinante per la gestione del trauma, e per la necessità della paziente di poter “avere finalmente giustizia”, è stata la possibilità di confrontarsi con le sorelle e i fratelli, uno dei quali raggiunto in video chiamata in un altro continente. Dopo la rivelazione dell’abuso, la paziente dirà: “Per la prima volta li ho sentiti tutti vicini, dalla mia parte”.

In quella occasione, una sorella confessò di essere stata oggetto, a sua volta, di pesanti attenzioni illecite da parte del padre. Questa drammatica rivelazione commosse entrambe le sorelle che riuscirono a comprendere come il comportamento incestuoso del padre le avesse rese inconsapevolmente insicure, sospettose, diffidenti e reciprocamente aggressive. Dopo la morte del padre le relazioni tra tutti i fratelli, da sempre conflittuali, erano peggiorate a causa di tensioni relative all’eredità paterna. Come riferirà la paziente, è stato per tutti liberatorio comprendere come anche il sospetto reciproco di poter essere imbrogliati, depredati economicamente, avesse radici lontane: un fantasma predatorio reale si era aggirato nella loro famiglia.

Gestire la rabbia

Baruch Spinoza definisce la rabbia come una delle “passioni tristi” (odio, invidia, ecc.) non perché implichi necessariamente tristezza o dolore, ma perché depotenzia noi stessi, favorendo una diminuzione della nostra vitalità e della nostra creatività nell’affrontare la vita.

La gestione di questa emozione è difficile. Lo possiamo vedere sia negli adulti sia nei bambini. Abituarsi più o meno precocemente a “far finta di niente”, a rimuovere la propria rabbia, a negare gli eventi dolorosi che l’hanno sollecitata, può comportare problematiche psicologiche a volte anche gravi.

Un primo passo sta comunque nella possibilità di identificare il valore che è stato leso, che ha scatenato la nostra reazione e poter esprimere il nostro dolore a chi ci ha offesi.

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La rabbia, una passione triste

Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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