L’Amore assoluto. Orfeo e Euridice

21 Settembre 2020



L’Amore assoluto. Orfeo e Euridice
Orfeo

I miti dell’antichità possono aiutarci a capire meglio l’amore. Quando Orfeo scende nell’Ade, per ritrovare Euridice, perduta e inghiottita dal mondo dei morti, è un uomo disperato.

Grazie alla sua musica sublime riesce a incantare Caronte e Cerbero, a oltrepassare i cancelli del mondo degli Inferi, e a ritrovare l’amata. Per riuscire nell’impresa, cioè riportarla in vita, l’accompagna verso la superficie. Nel tragitto, infrange la regola data da Plutone e Proserpina: «Non voltarti a guardarla, altrimenti Euridice si dileguerà». Orfeo non resiste, si volta, e la perde per sempre.

Quello che il mito vuole dirci è crudele: non esiste la possibilità di riportare in vita un amore vissuto e ormai appartenente al passato, al regno dei morti. Questa può essere una lettura del mito.

Possiamo però anche pensare che quell’amore conosciuto alla nascita sia il vero amore assoluto. Quando nasciamo conserviamo la nostalgia del nostro primo impatto con la vita. Quell’amore non potrà più essere replicato nella sua completezza in terra. Forse è questa l’antica traccia mnestica che ha creato in Orfeo l’illusione di poter superare la morte. L’uomo spera sempre di realizzare questo sogno.

Ma il mito ci racconta che non esiste nulla di tutto questo nel mondo reale. L’amore che nasce deve misurarsi con il fatto di non poter replicare questo «assoluto» impossibile, l’idea di un amore perfetto e indifferenziato come quando si entra nella vita. È l’energia vitale che ci spinge nel mondo, a venire alla luce nel momento stesso in cui avviene il distacco. Sigmund Freud nel descrivere questo passaggio parla appunto di “trauma della nascita”, perché passiamo da una sfera protetta e sicura a un’altra piena di incognite.

Possiamo quindi ipotizzare che l’amore assoluto sia una matrice innata di cui conserviamo per sempre il ricordo e che forse va anche oltre il grembo materno.

Al contrario, quello che ci è concesso in vita, è un amore discontinuo, non assoluto, ma pieno di cesure, crepe, burroni, interruzioni, travagli. È un amore striato di rischi e di insensatezze, aggressivo, predatorio, distratto. Nei suoi eccessi l’amore «terreno» può essere anche un’esperienza esaltante di completezza, ma avrà sempre il limite dei reciproci confini identitari degli amanti. A volte la salvaguardia di questi confini può portare a squilibri e aggressività.

Un esempio per illustrare la tensione che può’ scaturire in una relazione sentimentale, è rappresentato dall’amore «tigresco», di cui parla Paul Verlaine per descrivere il suo rapporto con Arthur Rimbaud. È un’immagine di questo insensato e vertiginoso sentire, dove non si trova senso né coerenza, ma qualcosa a volte molto pericoloso, che sfugge alla logica umana. Non si può chiedere all’amore di essere perfetto e assoluto; non ci si può aspettare dall’amore di essere colmati e saziati. Quello che si può fare è disporsi a intraprendere un’avventura personale, la più difficile, per vedere come può essere la nostra vita «al di là» di noi stessi, nel territorio dell’amore.

 

L’articolo fa parte di una raccolta: Tre sguardi su Orfeo  – Vedi:

Uno sguardo su Orfeo. L’artista e l’opera di Roberta Castoldi

La tentazione di voltarsi indietro di Cristina Cattaneo Beretta.

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L’Amore assoluto. Orfeo e Euridice

Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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