Il mito di Alcesti

13 Ottobre 2020



Il mito di Alcesti
Il mito di Alcesti

L’amore assoluto, incondizionato, quello che gli amanti sognano, non esiste. Ce lo insegnano alcuni grandi miti che la cultura occidentale ha tramandato nel tempo. Uno di questi è il mito di Alcesti (Euripide 485 – 404 a.c.).

Alcesti è la moglie di Admeto, re di Fere, in Tessaglia. Per espiare la colpa di aver ucciso i Ciclopi, come vendetta all’uccisione del figlio Asclepio per mano di Zeus, Admeto è condannato dagli Dei a morire. Ma ha un alleato, Apollo, che, in un momento di difficoltà, proprio il re aveva aiutato.

Apollo chiede e ottiene dalle Moire che l’amico possa sfuggire così alla morte. Per farlo, qualcuno deve sacrificarsi al suo posto. Tutti nel momento fatale rifiutano di farlo. Solo la moglie Alcesti è disposta morire al posto dell’amato. Prima di andarsene gli dice: “il tempo ti consolerà”. Sarà Eracle a decidere di andarla a recuperare nel regno dei morti. L’eroe la riporta al marito.

Dunque il mito di Alcesti racconta di un sacrificio d’amore, donare la propria vita per l’amato. Ma è solo Alcesti che decide di sacrificarsi. Admeto non cerca di morire lui per salvarla. È pauroso e egoista. Sopraffatto dal timore di morire arriva a negare il proprio amore.

Ogni mito può essere oggetto di varie letture e interpretazioni.

Secondo il modello junghiano, il mito di Alcesti racconta una morte psichica, quella di Anima, che per Jung è un mediatore dell’inconscio, una personificazione del lato “femminile” presente nell’uomo: è rappresentata dalla regina che sceglie di morire. Questa immagine inconscia fa da interlocutore tra l’Io cosciente e l’inconscio. In un uomo le istanze dell’Anima corrispondono alle sue identificazioni con i valori archetipici femminili e rappresentano la sfera dell’affettività, la protezione, il coinvolgimento nei confronti dell’altro.

Lasciare che diventi inattiva, che muoia Anima vuol dire che non siamo più capaci di sentire e di amare; dunque in qualche modo ci siamo garantiti un’impermeabilità agli scossoni emotivi, al dolore, alla paura dell’abbandono e della perdita, che si annidano dietro al sentimento amoroso. Tutte le nostre paure, se osservate in profondità, rivelano questa primordiale angoscia di essere divorati dalla potenza delle emozioni che temiamo di non poter controllare.

Ma rinunciando ad Anima ci condanniamo all’apatia, alla rigidità, all’isolamento, ad una profonda sofferenza psichica. Non vediamo più, infatti, né il senso né il calore che possono raggiungerci soltanto grazie al ponte che l’Anima getta tra Io e Inconscio.

Alcesti muore, Admeto capisce che il dolore causato dall’assenza d’amore è insopportabile. È un uomo finito, che continua a vivere una vita emotivamente impoverita, senza Anima. Dovrà confrontarsi con le forze del mondo infero, con l’inconscio. Questa discesa eroica è rappresentata nel mito dalla figura di Eracle, l’eroe che rappresenta l’istanza maschile Animus.

Culturalmente questo mito fa emergere una figura di donna conforme alla tradizione patriarcale occidentale, che ha la sua matrice nel mondo greco e nei suoi modelli. Il fatto che sia lei, Alcesti, la sposa e non altri a scegliere di sacrificare la propria vita per consentire la sopravvivenza del marito, pare obbligato, scontato. Ma anche in una società patriarcale ci si rende conto che sta sbagliando ed ecco che Ercole, l’eroe maschile corre in suo soccorso, le dà giustizia.

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Il mito di Alcesti

Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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