Le parole e le cose

12 Maggio 2020



Le parole e le cose
Le parole e le cose

Le parole e le cose è il titolo di un libro di Michel Foucault forse il primo filosofo che ha aperto una riflessione dura e diretta sul rapporto che media, appunto le parole e le cose.

Era il 1966, i geni sono tali perché anticipano tematiche che diverranno dominanti in seguito e spesso nel presente non sono compresi. Michel Foucault invece fu letto con attenzione, anche se è rimasto confinato nell’ambito della filosofia, non fosse altro che per il suo linguaggio difficile.  In tutti i suoi libri, qualunque argomento trattasse, si riportava a un tema centrale, a quello del rapporto tra le parole e le cose, le parole che usiamo per definire noi stessi quello in cui crediamo, i nostri valori e il mondo concreto dell’esistenza, cioè tutto il lato pratico della nostra vita. Le cose sono i reali comportamenti, le azioni che facciamo, la giustezza delle nostre azioni, imperfette certo e diminuite dalle poche cose che sappiamo davvero della realtà. Le alleanze con altre persone e le loro parole, le azioni dei nostri compagni e quelle di coloro in cui non ci riconosciamo. Non si trova in Foucault un’esaltazione del relativismo per cui tutto va bene per chi lo professa, ma un’analisi attenta delle forme di potere, dei modi in cui il potere, attraverso un insieme di pratiche e di discorsi, afferma se stesso e struttura la realtà.

Negli ultimi anni e negli ultimi mesi, in particolare, il pensiero di Foucault mi si presenta alla mente come una lama per aprire la mente alla verità, in un momento in cui la verità sembra essere smarrita, occultata, offesa in nome di quello che Sangiuliano chiama il partito del politicamente corretto.

Ma cosa è il politicamente corretto quando la gente che fa la fila al monte dei pegni di Torino e i suicidi di diverse decine di imprenditori e lavoratori che hanno perso il loro lavoro restano una notizia, e non  appassionano come se non ci riguardassero veramente?

Ed è evidente che sia così, e si ha l’impressione che queste persone, nella difficoltà più estrema, nell’ora della solitudine, scelgono di togliere loro stesse, non di resistere,   perchè si sentono e sono isolate.  Se perdono il lavoro, se perdono la dignità, se non sanno come andare avanti, mentre i boss vengono scarcerati, si sentono oppressi a tal punto nella loro dignità che pensano che questo non sia il loro mondo. Ma se sapessero di vivere in tanti la stessa condizione?

Negli ultimi anni grazie ad un pensiero anarchico populista sembra che abbiamo perso tutti i riferimenti costruiti in duemila anni di cultura, di civiltà. Una cultura che ha costruito faticosamente argini ai conducadores.

Ho molto studiato la dipendenza affettiva. È in genere la situazione di una persona, più facilmente una donna, che si innamora di una persona che ritiene essere la risposta alla sua vita, alle sue esigenze. Lui è il liberatore e la libererà e non importa se fino ad ora non l’ha liberata, ma promette di farlo. E siccome promette di farlo, lei è pronta ad illudersi che lo farà. Non perché sia priva di altre risorse, ma perché pensa di esserlo e si fida.  E perché lui mente sempre sin dal primo momento.

Possiamo chiederci, ma cosa c’entra con la situazione di oggi? Con una situazione collettiva?

A me sembra che siano così gli italiani da diversi decenni, sono una massa di dipendenti affettivi, cioè di illusi che credono che verranno liberati. Non perché lo credono veramente, ma perché si sentono soli, persi, senza un riferimento, senza una guida, senza un identità. Perchè non credono più in se stessi e si aspettano dei salvatori.

Un tempo sapevi chi era colui che sapeva. Qualcuno che aveva una solida cultura classica. E che sapeva pensare. Ora, forse, qualcuno che sa qualche lingua straniera. Abbiamo sostituito la cultura classica con il nulla, il pensiero di Platone che di mostrava il riferimento al bene o quello di Aristotele che ci ha insegnato il ragionamento logico con il principio di identità e non contraddizione, con il discorso sofista, ammantato di gentilezza e pieno di promesse.

Ogni giorno vediamo esperti contraddirsi, i nostri “piloti” cambiare rotta, sostenere il contrario di quanto espresso il giorno prima, attaccare chi è in difficoltà e nel contempo promettere che ci salveranno.  Soprattutto rimandare. Nel frattempo le trasmissioni televisive alimentano le nostre paure, ci mostrano ossessivamente le rotative che stampano  banconote e ci ricordano come le cose sono andate male, come vanno male e come andranno male. Un catastrofismo che può funzionare al presente, ma ci blocca il futuro.

Nel frattempo, mentre la vita va così male, tu non puoi accettare di credere che alla fine non verrà un salvatore.

Nel momento in cui la religione ha perso le sue parole i suoi simboli e non parla più al nostro cuore, in una situazione in cui la morale è sempre quella dei nostri nemici, ci affidiamo agli scienziati, purtroppo sono molti e ognuno dice la sua, a non una ma molte burocrazie impazzite che continuano a costruire nuove procedure e alimentano la loro esistenza. E mentre ogni giorno si perde un’occasione di fare qualcosa di giusto, qualcuno ci promette il rilancio, il superamento, l’uscita dal tunnel dell’insensatezza e ci ricorda che questo è il nostro destino e il nostro bene.

 

Si dice che la gente soffre psicologicamente e ha bisogno di psicologi e psicoterapeuti. No, non ha bisogno di questo, non almeno come primo bisogno. Il primo bisogno della gente attinge ai valori della morale universale.

L’anarchismo populista ha portato alla distruzione quasi totale della tradizione occidentale che ha come primo tassello della costruzione la certezza della parola data.

Come non puoi fare nulla con un partner che mente e non fa un patto chiaro con te e che non lo rispetta se lo ha fatto, così non possiamo fare nulla se continuiamo a credere o sperare che “le parole e le cose” vadano ancora insieme. No, siamo noi italiani che ci troviamo ogni giorno a vedere delle parole che corrono libere di inseguire qualunque fantasia, mentre le cose diventano sempre più pesanti, diventano pietre e ci trascinano giù quando potremmo fermarle se solo ce ne accorgessimo veramente.

Michel Foucault aveva messo sotto la sua lente un intero sistema di riferimenti concettuali della cultura occidentale e diceva che il modo in cui organizziamo le parole non è solo un modo di organizzare le parole. C’è sempre un potere sotto. Le parole sono i modi in cui il potere argomenta e  giustifica se stesso sino a quando non si perde qualunque legame tra le parole con cui si rappresenta e le cose che fa. Allora si affida alla burocrazia, ad altre parole impersonali, a procedure  insensate e contraddittorie, illeggibili, a tutto quello a cui può attaccarsi per dimostrare la veridicità della sua azione e il senso della sua presenza. Ma non agisce più e non ha più senso di esistere. Argomenta con gentilezza, con dolcezza, con empatia. Ma questo non cambia la sua natura. Tutti i seduttori sono gentili almeno sino a un certo punto.

Nel mondo in cui le parole e le cose hanno il collegamento che dà senso e alla realtà e alle parole, il grande leader e i suoi alleati inseguono una meta reale, hanno almeno un’idea di come si possa raggiungere e danno se stessi per portare il loro popolo in salvo. Non ingannarlo.

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Le parole e le cose

Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mi come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L’amore e il tempo (Aracne 2020).

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