Perché abbiamo bisogno di un capro espiatorio?

4 Maggio 2020



Perché abbiamo bisogno di un capro espiatorio?
Perché abbiamo bisogno di un capro espiatorio?

I popoli “primitivi” quando venivano colti dalle calamità naturali come la siccità, si stringevano in tondo, tutti uniti e facevano la danza della pioggia finché questa non tornava. Danzare non serviva a far piovere, ma a tenere unito un gruppo nella speranza di un domani migliore evitando così lotte interne per procurarsi le poche risorse rimaste e non costringendo i singoli a emigrare per procurarsi il cibo altrove.

Con l’emergenza sanitaria, e la successiva crisi economica, sociale e politica, si stanno acuendo della rivalità e dei conflitti fino ad ora nascosti o sopiti. Siamo ancora impegnati nella lotta contro il virus, che già si accusano a vicenda di tutto Stato, Regioni e Comuni, sinistre e destre, Italia del Nord e Italia del Sud, Nord Europa e Sud Europa, imprenditori e sindacati.

 

Perché sta succedendo?

Innanzitutto, perché tanto gli esperti in ogni settore quanto i semplici cittadini sono disorientati. E non c’è niente più dell’incertezza che contribuisca a creare ansia, comportamenti irrazionali, agitazione, instabilità.

La società mondiale è stata colta impreparata dalla pandemia. In Italia, nello specifico, da ben tre quarti di secolo, cioè da un’intera generazione, viviamo in pace e in prosperità. Anche se ci sono state diverse crisi economiche e politiche, queste si sono tuttavia rivelate decisamente meno gravi del sovvertimento che sta portando la nuova crisi sanitaria. Quando il virus ci ha colti, eravamo abituati a vivere in una società che, nonostante le varie carenze, disuguaglianze e contraddizioni che denunciavamo quotidianamente, ci offriva libertà, stabilità e sicurezza mai viste prima nella storia. Abbiamo assicurazioni, pensioni, assistenza sanitaria e istruzione per tutti e temiamo di perdere questi privilegi che i nostri bisnonni non avevano. Le società agricole del passato lottavano quotidianamente contro le tante avversità della natura ed erano preparate o rassegnate nell’affrontarle. La Bibbia ci parla di sette anni di vacche grasse e di sette anni di vacche magre… Oggi, invece, siamo convinti di riuscire a controllare la natura e a prevenire o a far fronte ai disastri più gravi. Ma con il Coronavirus non è stato così.

Inoltre, da molto tempo, nel mondo occidentale non si registrano epidemie o carestie e nella normalità quotidiana abbiamo un indice di mortalità infantile e giovanile minimo se confrontato con il passato. La malattia e la morte sono vissute come eventi straordinari e sono collocate al di fuori delle nostre case, relegate in ospedali e obitori. Così, essendo fenomeni più rari e nascosti, ci siamo disabituati a considerarle un aspetto naturale, anche se doloroso, della vita. Non siamo preparati a vederle da vicino cosicché le immagini dei camion militati con le bare che sfilano per le strade o le distese di feretri sui pavimenti ci colpiscono particolarmente, per non dire di quello che avviene in tanti Paesi dove si procede con le sepolture in fosse comuni come è avvenuto spesso nella storia durante epidemie o guerre.

Eppure, il culto dei morti è andato via via riducendosi al minimo. Lo vediamo nell’aumento progressivo della cremazione dei corpi, nella diminuzione del fasto dei funerali, nella minor spesa per le tombe, per i fiori, nella minor frequenza dei cimiteri, ecc. Ma, immaginare noi stessi o i nostri cari gettati nel mucchio, indistinti e dimenticati, è difficile da accettare per chi vive in una società “narcisista”, come l’aveva definita Christopher Lash, dove gli individui si sentono esseri unici, insostituibili e immortali.

 

Il capro espiatorio

Siamo poi abituati a dare una risposta a tutto, o almeno pensiamo di poterla dare. Ma questa volta nemmeno la scienza riesce a indicarci un orientamento univoco. E, allora, ci dibattiamo nella ricerca se non dei rimedi, che non siamo in grado di trovare, delle cause di questa sciagura, delle colpe di chi riteniamo responsabile. Non si tratta di una reazione nuova. Il fenomeno è definito: “proiezione paranoica del lutto”, cioè la tendenza umana a indicare come colpevole delle proprie disgrazie qualcuno o qualcosa – una persona, un gruppo, una nazione, un dio, ecc... -  liberandosi così da ogni senso di colpa e ottenendo sollievo nel poter scaricare tutta la propria rabbia su un bersaglio preciso.

È la funzione sociale del capro espiatorio che noi, già ora, con il virus non ancora debellato, stiamo cercando. Si alzano i toni delle polemiche, delle accuse rivolte a tutti, abbiamo iniziato a vedere con sospetto persino l’operato di chi si è prodigato in condizioni impossibili e fino a ieri ringraziavamo pubblicamente con grandi manifestazioni collettive.

 

Ma, attenzione! Dalla legittima ricerca delle cause del danno subito, o dei suoi responsabili, fatta caso per caso dai soggetti che si ritengono lesi, è facile passare a una caccia alle streghe collettiva e sconsiderata che viene spesso fomentata e pilotata. Infatti, se prendersela con un capro espiatorio dà sollievo ai singoli, lo stesso processo giova ancora di più a una certa politica e a una certa stampa per acquisire voti o lettori. Non importa che le notizie siano vere, che i fatti recriminati sussistano, che le accuse siano fondate, che si tratti dei veri colpevoli, l’importante è gettare qualcuno nella fossa dei leoni. È sempre stato così nei momenti di crisi: abbiamo bisogno di spiegare perché le cose non vanno come avremmo voluto e trovare il colpevole ci fa stare bene.

 

Invidia, rancore e rivalsa

E chi può farci da capro espiatorio meglio di quelle persone, di quelle categorie, di quelle istituzioni che già prima erano oggetto di invidia, di rancore, di rivalsa?

Questi sentimenti hanno avuto più peso nella storia di quanto non si sia mai ammesso. Le rivoluzioni e le guerre civili hanno trovato combustibile nell’odio represso.

Se l’invidia, quando resta un sentimento individuale viene disapprovata dalla società ed è condannato il livore dell’invidioso verso chi è più apprezzato di lui, quando tante persone convergono in un unico movimento contro un unico oggetto di invidia, allora, il loro movente passa in secondo piano e la loro lotta legittimata.

Molte rivoluzioni e guerre fratricide sono iniziate con un piccolo gruppo capace di additare la fonte di tutti i mali in un nemico che già era odiato da tempo – gli ebrei, gli aristocratici, la borghesia, ecc. -.

 

Oggi, leggendo o sentendo i commenti sulla situazione italiana, non si possono non notare i toni ironici, se non apertamente compiaciuti, di cittadini, stampa, politici quando parlano del Nord Italia, della Lombardia, di Milano o Bergamo. Le regioni e le città più ricche, più attive, “locomotiva” d’Italia, le “prime della classe”, i seguaci del dio lavoro, del denaro, finalmente si sono mostrate deboli e vulnerabili. È come se si attendesse una nemesi storica o un colpo di scure che pareggia le condizioni, il ripristino di un’uguaglianza sociale e geografica ambita da sempre. È come se, finalmente, si avesse il modo di cancellare con un solo colpo di spugna quella ricchezza prodotta, quella imprenditorialità e quel dinamismo artistico e culturale che molti – ora appare manifesto – vivevano con invidia, con rivalità o rancore silenziosi.

Come capita alla persona invidiata, che spesso ne è inconsapevole e non si rende conto di aver agito “contro” chi la invidia, allo stesso modo la gente e le istituzioni, ora tanto criticate, operavano in collaborazione con le persone e le imprese collocate nell’Italia intera, e non in competizione o in concorrenza con queste. Tutte le persone che da decenni si sono recate negli ospedali e nelle università del Nord, che hanno trovato opportunità di lavoro o possibilità di esprimere la loro creatività non dovrebbero dimenticare che non si è mai distinto il “noi” dal “voi” e che l’immagine di eccellenza che si era finalmente riusciti a raggiungere nello scenario mondiale era un’immagine estesa all’Italia, ottenuta in collaborazione con l’Italia intera e di cui ne ha giovato tutto il Paese.

Ma è bastato un virus per acuire la rivalsa fra una mentalità imprenditoriale condivisa dal semplice operaio al grande industriale, dal piccolo commerciante all’artigiano, e una opposta che ancora demonizza il lavoro, il denaro, il consumo, tipica di una parte degli Italiani che hanno difficoltà a trovare una ragione di esistere senza attaccarne i primi approfittando della loro sofferenza.

I popoli “primitivi” davanti alle calamità si stringevano in tondo, tutti uniti e danzavano.

Chissà se noi riusciremo a seguire il loro esempio e far vincere la speranza invece del rancore, se riusciremo a usare le nostre energie per progettare un domani migliore. Non sarà facile, ma essere consapevoli dei pericoli a cui andiamo incontro se facciamo prevalere la discordia interna, sarà già un primo passo in questa direzione.

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Rosantonietta Scramaglia

Laureata in Architettura e in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito il Dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Ha compiuto studi e svolto ricerche in Italia e in vari Paesi. Attualmente è Professore Associato in Sociologia presso l’Università IULM di Milano. È socia fondatrice di Istur – Istituto di Ricerche Francesco Alberoni. È autrice di oltre settanta pubblicazioni fra cui parecchie monografie.

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