Il titolo di un saggio che Immanuel Kant scrisse nel lontano 1793 porta il curioso titolo “Sul detto comune: “Questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica”. A ben vedere, il detto non è così curioso come potrebbe sembrare e – indipendentemente dalla volontà di Kant – si rivela di una incombente attualità: soprattutto se lo si legge al contrario. Il che nasce dal fatto che, se Kant riportava il detto alla necessità di mettere in pratica i precetti morali, oggi – nell’epoca dei social – il suo assunto allarga il suo campo a tutti gli aspetti dell’esistenza: ma, appunto, al contrario. Infatti, siamo – letteralmente – bombardati da ogni sorta di teorie che, giornalmente, incombono o piombano su di noi. Ci sono teorie sui vari delitti, ci sono teorie che profetizzano eventi politici e/o economici, ci sono teorie che consigliano come e cosa mangiare, ci sono teorie per dimagrire, ci sono teorie sul come farsi crescere i capelli, teorie sul come sturare i lavandini, sul come aumentare le performance sessuali. E così via, sino a quelle – più paradossali – che consigliano strane medicine per vivere più a lungo o per guarire subito, che parlano della venuta degli UFO in epoche presenti o passate, che fanno proprio ogni sorta di complottismo, che annunciano mirabolanti guadagni o straordinarie apparizioni religiose: e si potrebbe continuare all’infinito. Tutte queste vere e proprie lambiccate e astruse teorie – chiaramente – nulla hanno a che vedere con la pratica della vita quotidiana. Una pratica che è fatta di esperienze concrete, di conoscenze minimamente scientifiche, di buon senso comune e di un quantum di intelligenza. Senza dimenticare, spesso, una sensibilità morale, spirituale e civile.
In tutto questo caos di suggestioni teoriche, spesso, si celano anche mezze (o intere) verità: che, però, passano in secondo piano, inosservate o, del tutto, recepite come di scarso interesse. Ora, tutte queste teorie – molto spesso – hanno un filo logico in quanto sono presentate come assolutamente attendibili e, di conseguenza, appaiono credibili. In realtà, la loro ragion d’essere credute risiede nel fatto che sono proposte, in maniera accattivante, da presentatori abili nell’attirare l’attenzione: sia per l’aspetto fisico e gestuale, che per la parlantina. Ovviamente, la loro presentazione è pensata – consciamente o inconsciamente – sia in modo da soddisfare bisogni o paure represse o, in alternativa, per ovviare a curiosità, domande inevase, problemi senza risposta e a mancate conoscenze del pubblico: che li vede, li ascolta o li legge. Queste pseudo-verità fondano la loro audience, prevalentemente, sulla diffusione capillare dei social considerati – nella società postmoderna – dei veri e propri oracoli. Oracoli a cui non si può opporre nulla di razionale e, anche, quando si rivelano palesemente menzogneri si tende a giustificarli: sempre e comunque. D’altronde, questa si può considerare come la conseguenza di una società edonista, narcisistica e scarsamente acculturata. Una società che ha scelto una visione della vita pret-à-porter, invece che una più impegnativa riflessione, una accurata informazione e una costante meditazione sulla propria esperienza di vita. Per ovviare a queste teorie sicuramente ingiuste ma, di fatto, ampiamente perseguite, ben poco resta da fare. Ci si può, solo, augurare che una più accurata scolarizzazione, una educazione permanente e un atteggiamento critico verso la comunicazione di massa – imparato, possibilmente, già in ambito famigliare – possa rendere più attento, meno credulone, più assennato e più acculturato il popolo dei social: e non solo. In più, sarebbe necessaria, anche, una maggior attenzioni ai valori morali e spirituali: in senso lato. Attenzione che, di certo, impedirebbero di cadere preda di facili convinzioni e di insulse teorie che – oltre a danni materiali di ogni tipo – possono causare rilevanti disagi sul piano psicologico e comportamentale.
Tuttavia, non meno problematico è, anche, seguire l’assunto kantiano nella sua forma corretta, ossia: “ciò che è giusto in teoria non sempre lo è nella pratica”. Anche in questo caso, la risposta è, per lo più, deludente. Lo è perché ogni teoria che si possa considerare vera ed efficace, quindi giusta, deve poter avere – per dar luogo ad un giudizio ed essere accettata – un altrettanto reale ed efficace riscontro nella pratica del vivere quotidiano. Altrimenti, non viene neppure presa in considerazione. Altrimenti, non è reputata né giusta, né sbagliata ma, solo, una – magari straordinaria e curiosa – astrazione. Dove astrazione significa che nessuno la riconosce per quello che è e, tanto meno, vuol darne un qualsiasi e motivato giudizio. Soprattutto se questa contrasta con il giudizio preformato di un pubblico di massa, conformista e abituato ad allinearsi a ciò che i già citati social indicano. E con ciò, il detto kantiano è improponibile.
A questo punto non ci si può che porre l’antica e fatidica domanda: cosa pensare e che fare? Due possono essere le risposte. La prima – più seguita, più tranquillizzante e la meno impegnativa – è quella di allinearsi a ciò che la massa vuole, crede, immagina, desidera o giudica: senza porsi eccessivi problemi. La seconda – più difficile – è quella di ragionare con la propria testa: ossia pensare. A patto di poter ancora disporre – nella società in cui si vive – di una testa pensante in grado di capire ciò che Kant voleva esprimere con il suo celebre e dimenticato testo. Ma, forse, questo è un sogno della ragione: e nulla più.
Claudio Bonvecchio







