Con l’emergenza è arrivato il telelavoro

29 Marzo 2020



Con l'emergenza è arrivato il telelavoro
Con l'emergenza è arrivato il telelavoro

“Anni fa, quasi venticinque – ci scrive una lettrice – avevo un amico di penna inglese, che, all’epoca in cui non c’era Internet e non c’erano i voli low cost, soddisfaceva la mia voglia di amicizia all’estero e contemporaneamente mi dava una mano a migliorare la mia bestia nera, l’inglese. Stephen era un giovane dottorando in chimica e per mantenersi lavorava per un’industria farmaceutica tramite telelavoro, teleworking, come mi scriveva. Mi sembrava una di quelle cose strambe degli anglosassoni, fosse stato degli USA l’avrei chiamata “americanata”. Mi sembrava strano che uno potesse guadagnare standosene comodamente seduto in casa, quando già io dovevo recarmi in un ufficio per fare un’attività di apprendista copywriter. Francamente consideravo un po’ “rubato” il suo stipendio” e consideravo Stephen anche un nerd, dato che se ne stava sempre in casa, come un sociopatico.”

Nei giorni del Coronavirus, la donna è stata dislocata in smart working dalla propria azienda e ha ripensato a quell’episodio di anni prima. Ha scoperto che ha tanto da lavorare ugualmente, e che però termina stranamente prima: è più concentrata perché indossa delle cuffie per isolarsi dai suoi familiari, più serena perché non ha l’occhio da “grande fratello” del suo immediato superiore, che ogni tanto ha l’abitudine di sbirciare sulla sua pagina per controllare se sta lavorando o navigando in rete, conclude il suo compito con meno ansia.

Ha ridefinito i tempi dei pasti, suoi e della famiglia. Se prima tornava a casa verso le 14,30 e si scaldava in fretta un po’ di pasta avanzata la sera prima al microonde, ora può buttare la pasta attorno alle 13, 13 e 30, per lei, i suoi figli, in videolezione da scuola, e per suo marito che telelavora anche lui da casa.

Si è ricostituito quel desco familiare che le ricorda un po’ la sua infanzia e adolescenza. Sua madre, infatti, era casalinga, e li aspettava tutti per il pranzo. Non è sempre lei a preparare, anche i figli, liberi alle 13 e 15 dalle lezioni, senza dover prendere mezzi pubblici per tornare a casa, sono incaricati di apparecchiare, e suo marito collabora.

A tavola parlano di quello che hanno fatto online, generalmente la conversazione è monopolizzata dai figli, ma in genere, dopo essere stati tutta la mattina con gli occhi sul monitor, sembra che i suoi familiari apprezzino il momento di condivisione “reale”, anche perché tutti hanno già più o meno dato un’occhiata alle notizie su Internet e non hanno bisogno di accendere il televisore.

Certo, non è facile accordarsi sulla distribuzione degli spazi.  I ragazzi stanno nelle loro camere, ma solo dopo che hanno rifatto il letto, anche perché non è bello farlo intravedere ai professori in disordine, lei e suo marito si contendono a giorni alterni soggiorno e camera da letto. La situazione è provvisoria, perché finita l’emergenza i ragazzi torneranno a scuola, ma probabilmente lei chiederà il prolungamento dello smart working.

Ha sempre detestato alzarsi presto e ora è sufficiente che mandi una mail di tracciamento presenza entro le 8 e 45, dopo un’abbondante colazione che fa con la sua famiglia; anche questa è una novità, tutti insieme! Poi il tragitto per l’ufficio non è lungo ma c’è un’interminabile coda sul ponte che deve attraversare, a volte ci mette un’ora ad arrivare,  sempre indietro con i minuti effetivi da recuperare.

Stephen si lamentava certe volte della sua condizione di telelavoratore, perché temeva di disabituarsi alle persone e di diventare scorbutico. In effetti è in agguato il pericolo di perdere certe sane abitudini “sociali” che derivano dal contatto umano. Per le donne il rischio è quello di lasciarsi andare per quanto riguarda l’abbigliamento, per gli uomini anche per il lato igienico. Negli anni Ottanta il modello perfetto di donna era quello della manager, sempre impeccabilmente vestita in tailleur come Melanie Griffith in Una donna in carriera, preferibilmente Armani.

Ora c’è il rischio che molte persone lavorino in pigiama e con i capelli in disordine. A questo si può rimediare con le video conferenze, in cui comunque è necessario presentare almeno il viso in ordine, e poi, comunque c’è il controllo del resto della famiglia, soprattutto dei figli che non mancano mai di sottoporre a giudizio i genitori.

Un altro pericolo è quello di trovarsi ad essere troppo egocentrati, a perdere il gusto dialettico del confronto, persino su argomenti di poca rilevanza. Di diventare per certi versi anche un po’ misantropi, liberi dal controllo e dalla competizione sottile con i colleghi.

Come in tutte le rivoluzioni, anche il telelavoro ha controindicazioni e sta ad ognuno cercare di trarne il meglio. Nelle forme più evolute, soprattutto all’estero, ci sono comunque momenti di aggregazione, di incontro, legati più a motivi di socialità che di effettiva esigenza lavorativa, in quanto oggi ci si può dire tranquillamente tutto, e scambiarsi ogni genere di file, tramite i media.

Ovviamente si parla di terziario e non di lavoro agricolo o di fabbrica in cui la rivoluzione del lavoro, accelerata dal Coronavirus, potrebbe prendere altre pieghe.

I dirigenti sono i più restii ad adeguarsi alla nuova situazione, per loro paradossalmente il lavoro potrebbe aumentare in quanto costretti a leggere “veramente” quello che firmano e a controllare il prodotto lavorativo dell’impiegato, quindi a giudicarlo con più obiettività per quello che fa e non solo per il tempo in cui rimane seduto sulla scrivania.

Perderanno il controllo fisico del dipendente, quello primordiale del padrone nei campi, quando li guardava zappare, oppure quando nelle fabbriche li guardava lavorare sui nastri trasportatori. Dovranno essere i primi a cambiare mentalità.

Stephen era già avanti, già alle prese con questi privilegi e problematicità negli anni Novanta, ma la nostra lettrice, abituata agli standard italiani dell’epoca, non concepiva un simile modo di lavorare, lo disprezzava persino.

Ora in cui tutto sta cambiando, ci si è trovata catapultata.  E, drammatica emergenza sanitaria a parte, l’idea di avere più tempo per sé e la sua famiglia e più libertà per fare il suo lavoro, non le dispiace.

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Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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