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Il potere dell’immaginazione in psicoterapia

1 Marzo 2026



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Nella vita psichica i simboli non sono ornamenti, né accessori poetici: sono la forma primaria attraverso cui l’essere umano dà senso all’esperienza. Prima ancora del linguaggio concettuale, prima della capacità di argomentare, l’essere umano pensa per immagini. Come ricorda Jung, accanto al pensiero razionale “vi è un linguaggio delle immagini dal quale siamo per lo più pensati”: un linguaggio antico, automatico, che affonda le radici negli strati più profondi della psiche. È proprio questo linguaggio che la psicoterapia incontra ogni giorno. Le immagini interne che ci abitano, ci guidano, ci trattengono o ci liberano, hanno un potere trasformativo che la sola razionalità non possiede. Per questo, comprendere la natura dell’immaginazione e distinguere i diversi processi che vi rientrano è oggi una necessità clinica, oltre che teorica.
Nella pratica clinica, come nella vita, infatti, non tutte le immagini hanno lo stesso peso. Esistono fantasie effimere, sogni a occhi aperti che svaniscono senza lasciare traccia. Ma esistono anche immagini forti, vivide, persistenti, che modellano il comportamento e la vita affettiva molto più della consapevolezza razionale. Sono queste immagini, radicate nel corpo emozionale e proiettate verso il livello simbolico, che influenzano profondamente il modo di essere e di agire.
Alcuni casi clinici, come negli esempi di seguito, lo mostrano con chiarezza.
● Un uomo non riesce a chiudere una relazione che razionalmente riconosce come sterile e distruttiva: l’immagine dell’amata continua a presentarsi luminosa, salvifica, irresistibile, nonostante tutte le prove del suo contrario;
● Una coppia di genitori corre a ogni richiamo della figlia, che ha scelto una vita da figlia dei fiori ma poi continua a chiedere aiuto, perché l’immagine interna è quella di una bambina fragile da soccorrere, non di un’adulta responsabile. E così facendo, si logorano senza promuovere in lei una reale maturazione;
● Una madre pensa di cambiare orario di lavoro per svegliare il figlio ventenne che dorme sino a tardi perché si laurei: l’immagine interna è quella di un bambino di sei anni, non di un giovane adulto;
● Un uoo deluso proietta la sua distruttività interna su ogni oggetto con cui viene in contatto (partner, figli, un ambiente sociale); prima li idealizza e poi, si culla nella fantasia di distruggerli - per non autodistruggersi. E alla prima difficoltà o incomprensione, che non può mai mancare, metaforicamente tira fuori il mitra;
E non dimentichiamo l’immaginazione del terapeuta sulla guarigione del suo paziente. Una sorta di rêverie terapeutica.
Gli esempi sono infiniti e ci permettono di capire che, anche se non ce ne rendiamo conto, non è la realtà a guidare l’azione, ma l’immagine interna che noi abbiamo. E finché l’immagine non cambia, la nostra realtà non cambia (“siamo per lo più pensati dalle nostre immagini”). Il primo lavoro è dunque, ogni volta che vogliamo cambiare una situazione di vita, diventare consapevoli delle nostre immagini e cominciare ad avere una relazione dinamica con esse, a modificarle.
Da qui, possiamo capire quanto possa essere trasformativo riuscire a evocare l’immagine giusta, o per il terapeuta essere in grado di suggerire al paziente un’immagine potente. Un’immagine simbolica può mettere in moto una realtà bloccata e diventare una chiave di trasformazione: e questo permette di modificare il legame simpatetico che ci unisce alle nostre rappresentazioni interne e mettere in moto il cambiamento.
Poichè, come abbiamo visto, le immagini non sono tutte uguali, come orientarsi in questo universo? Quando iniziai a studiare il mondo dell’immaginazione diversi anni fa, mi resi conto che mi serviva una chiarificazione concettuale tra i vari vocaboli utilizzati troppo spesso come sinonimi. Così, seguendo la traccia dei significati dati dalla tradizione, da Lorenz, Piaget, Lacan, Durand, Chiodi...pensai di articolare i principali livelli dell’esperienza immaginativa come di seguito suggerisco:

Immaginazione - immaginario - fantasia - fantasmatico - immaginale

L’immaginazione: è sia il termine generale con cui si entra in questo ambito della realtà, ma anche la facoltà di rappresentare un oggetto o un affetto assente, ma soprattutto di riattualizzarlo. Galimberti, ricorda che l’immaginazione non si limita a rappresentare: fa rivivere. “Ciò che è peculiare dell’immaginazione… è la sua capacità di riattualizzare un vissuto come fosse ora presente.” È un ponte tra percezione e pensiero, tra corpo e concetto.
L’immaginario: termine cardine della psicoanalisi, fa riferimento al mondo interno delle rappresentazioni non correlate alla realtà esterna. È il luogo delle immagini che ci abitano, indipendentemente dalla loro veridicità.
Dall’immaginario dipendono la fantasia e il fantasmatico.
La fantasia è un gioco libero, non radicato nelle emozioni profonde. Un libero gioco che connette elementi percettivi senza legarsi alle esperienze pregnanti della nostra vita.
Il fantasmatico (si pensi alla declinazione passiva platonica) è tutto ciò che non abbiamo ancora elaborato, ciò da cui non riusciamo a staccarci, ciò che vive ancora nel limbo della mente e che non è ancora diventato possibilità di contatto con il mondo. È il contenuto di un complesso psichico non ancora divenuto cosciente.
Con l’accesso al livello immaginale/simbolico, i contenuti dell’immaginario vengono contattati, messi sotto la lente e, sottoposti a elaborazione cosciente, trovano una forma di espressione nel mondo esterno. I suoi contenuti sono quelli del mito, della fiaba, dei simboli e delle immagini religiose, della produzione artistica, dell’agire pienamente vissuto e partecipato, quella situazione di concentrazione e consapevolezza sottolineata dalla Gestalt in cui il sé non è un’istanza reificata ma diventa processo, un fluire in contatto con la zona interna e con quella esterna.
È qui che l’immagine diventa ponte tra interno ed esterno, tra corpo e spirito. È qui che avviene il cambiamento terapeutico. Questo spiega perché il simbolo è così potente in psicoterapia: permette di esprimere ciò che non è ancora concettualizzabile.
Questa distinzione permette di comprendere perché, in psicoterapia:
● La fantasia è spesso irrilevante, perché non tocca i nuclei emotivi profondi;
● Il fantasmatico è ciò che blocca, ciò che trattiene, ciò che non si lascia trasformare, insomma dove il paziente si incaglia;
● L’immaginario è il serbatoio delle immagini interne che strutturano l’esperienza e ognuno ha il suo personale mondo immaginario fatto delle sue esperienze;
● L’immaginale è il livello in cui l’immagine diventa simbolo e quindi può trasformare la vita psichica.
Il cambiamento avviene quando:
● Un’immagine fantasmaticamente bloccata viene riconosciuta;
● Un’immagine interna viene trasformata;
● Un simbolo permette di integrare corpo, emozione e pensiero;
● Il livello immaginale apre nuove possibilità di azione.
Consideriamo che la potenza delle immagini simboliche può agire in senso costruttivo, liberatorio, ma deve essere tenuto presente anche il polo nascosto, perché il simbolo ha sempre due polarità e le tiene dinamicamente in relazione.
Come scrive Rossella De Leonibus: in ogni caso “l’immaginazione è il primo luogo di elaborazione delle emozioni… il luogo in cui l’essere umano racconta il mondo a partire dal suo punto di vista”. La psicoterapia, allora, è anche un lavoro di ri-narrazione simbolica: un processo in cui le immagini interne vengono riconosciute, trasformate, liberate. Pensiamo alla pratica del sogno da svegli guidato di Desoille.
Conclusione: l’immaginazione non è evasione, né regressione. È una funzione cognitiva, emotiva e simbolica essenziale. È il ponte tra corpo e pensiero, tra passato e futuro, tra interno ed esterno. Riabilitare l’immaginazione significa restituire dignità a una facoltà che la modernità ha spesso svalutato, ma che la psicoterapia riconosce come centrale nel processo di cambiamento. Perché, in fondo, cambiare significa sempre, prima di tutto, immaginare diversamente. È proprio a questo livello, quello simbolico, immaginale, che la psicoterapia può operare in modo più profondo ed efficace.

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Cristina Cattaneo Beretta

Cristina Cattaneo Beretta (ha aggiunto il nome della mamma al suo) (email) Laureata in filosofia ed in psicologia a Pavia, psicoterapeuta, dottore di ricerca in filosofia delle scienze sociali e comunicazione simbolica, ha condotto studi sul linguaggio simbolico e il suo uso terapeutico (Cristina Cattaneo Il pozzo e la luna ed Aracne). Studia le esperienze di rinnovamento creativo e i processi amorosi, approfondendo in particolare il tema della dipendenza affettiva. Ha pubblicato con Francesco Alberoni: L’universo amoroso (Milano, 2017 ed. Jouvence), Amore mio come sei cambiato (2019 Milano, ed. Piemme Mondadori), L'amore e il tempo (la nave di Teseo 2020), 1989-2019 Il rinnovamento del mondo (La nave di teseo, 2021)

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