L’immaginazione in gioco

5 Novembre 2020



L'immaginazione in gioco
L'immaginazione in gioco

Quali dinamiche immaginative sono attivate dalle diverse configurazioni delle relazioni amorose? Ovvero, in che modo la nostra immaginazione è in gioco in esse, le modella e le plasma? 

Questo mio piccolo scritto è solo una suggestione sulla scorta delle lezioni di Giovanni Piana, filosofo fenomenologo (e anche violinista) che con pacatezza e maestria affrontava un tema così misterioso come quello dell’immaginazione, facoltà in equilibrio tra esperienza sensibile ed intelletto, ora valorizzata come la più squisita capacità di stabilire collegamenti luminosi tra le cose, ora invece squalificata perché incapace di attingere alla conoscenza del vero.

Provo qui ad illuminare tre paradigmi amorosi, per scoprire se in filigrana sia visibile, e secondo quali dinamiche, il funzionamento dell’immaginazione.

Per primo, affronto il paradigma amoroso, relativamente recente, promosso dai siti internet di incontri, in particolare da quelli che propongono un rapido ed indolore soddisfacimento: qui, nella quasi totalità dei casi, viene agita una relazione di consumo, costruita a partire dal contesto virtuale dove entrambi gli attori interagiscono, prima compilando due profili dove si descrivono attraverso attività preferite, tratti del carattere, gusti e disgusti; poi, se scatta il match, ovvero la combinazione, cioè se si piacciono, si incontrano fisicamente nello spazio limitato di una giornata, o forse più frequentemente di una serata, e mettono in scena una relazione. Sembra sia questo il caso in cui abbia luogo una dinamica finzionale, dove l’immaginazione, la fantasia in Aristotele e l’immaginazione produttiva in Kant, si sostituisce alla realtà, e così operando, sostituisce l’altro e il sé con una rappresentazione fittizia: dopotutto, io nel mio profilo posso inventare me stessa a piacere, e così anche l’altro può dipingersi ad arte. Full fiction: ci incontriamo in una fiaba di cui siamo autori e protagonisti,  tutto è sotto controllo, non siamo abitati dal desiderio, ma dal desiderio di desiderare, siamo pronti a scapparne fuori prima che la bolla dell’incantesimo esploda.

Come secondo paradigma, mi riferisco a quello dell’amore a distanza di sicurezza, descritto da Claretta Ajmone: si può trattare dell’amore per una persona troppo lontana, che non è qui e non è ora, che non è più o che non sarà mai. Questo amore gioca con la dislocazione, con l’assenza nel tempo e nello spazio, e non può non rimandare all’esperienza del desiderio: tuttavia, l’oggetto del desiderio non è immaginario, perché altrimenti non avrebbe senso desiderarlo, e sarebbe piuttosto allucinatorio. Il desiderio ci regala la realtà possibile di un’assenza, vista con gli occhi dell’immaginazione sotto forma di  fantasticheria, o rêverie, così come la descrive Gaston Bachelard. La rêverie è il sogno ad occhi aperti, la compensazione semi-vigile di un’assenza, dove il piano della realtà e della fantasticheria convivono e fluttuano l’uno sull’altro, si cullano, non c’è antitesi, e le tensioni si sciolgono. L’oggetto del desiderio che si trova a distanza dalla realtà, pone il soggetto in condizioni non solo di sicurezza, ma di sospensione e leggerezza. A differenza dell’amore di consumo, basato sulla presenza di una finzione condivisa, nell’amore rêverie la componente dell’assenza dell’oggetto di desiderio accentua la condizione iper-soggettiva dell’esperienza.  

Lo spunto della condivisione conduce verso il terzo paradigma, quello dell’amore vissuto e corrisposto nella reciprocità della relazione amato-amante. Sembrerebbe che questa condizione sia quella dove l’immaginazione abbia un ruolo minore, immersa com’è, nella vita presente e vissuta: invece è tutt’altro che così. Hannah Arendt, in La banalità del male, descrive il criminale nazista Adolf Eichmann come un uomo privo di immaginazione: la Arendt interpreta l’immaginazione come la spinta, il coraggio e la generosità per uscire dai nostri limiti soggettivi e dai nostri interessi privati ed aprirci all’altro. Di questo era privo il nazista. E proprio questa mancanza ha fatto sì che non percepisse l’altro come un simile. Nell’amore condiviso e vissuto, l’immaginazione dunque agisce imprescindibilmente, miracolo di rimandi dal sé all’altro, connessione profonda, non finzione, non sospensione nella rêverie ma presenza a sé e agli altri, la presenza più vivida che si possa immaginare.    

 

 

Sul tema: Claretta Ajmone, Amori a distanza di sicurezza

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Roberta Castoldi

Roberta Castoldi è poetessa, musicista e si occupa di progetti in ambito culturale e scolastico. Laureata in Filosofia all’Università degli Studi di Milano, ha conseguito il Dottorato di Ricerca in Scienze Cognitive presso l’Università degli Studi di Messina. Il suo principale tema di studio è il pensiero analogico. Le sue poesie sono apparse sulla rivista Poesia (Crocetti) e poi raccolte in La scomparsa (LietoColle Libri, 1999) con prefazione di Franco Loi, e nel 2007 in Il bianco e la conversazione (Marietti) a cura di Davide Rondoni. Ha curato per Einaudi Il libro di Morgan (2015) e tradotto saggi di filosofi francesi contemporanei. Come violoncellista ha collaborato con molti artisti italiani e stranieri: Afterhours, Bluvertigo, David Byrne, John Parish, e tanti altri. www.robertacastoldi.it

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