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Infanzia, mito e realtà: perché la tutela dei minori non è una fiaba

3 Febbraio 2026



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Di fronte a casi come quello che ha coinvolto la famiglia Trevillion, il rischio più grande non è tanto l’errore giudiziario in sé – sempre possibile e sempre correggibile – quanto lo scivolamento del dibattito pubblico verso una narrazione emotiva che confonde piani diversi: quello affettivo con quello psicologico, quello educativo con quello ideologico, quello simbolico con quello giuridico. È su questo slittamento che l’intervento di Susanna Tamaro del 9 gennaio sul Corriere della Sera vale la pena di essere discusso, non per negarne la sincerità o la tensione morale, ma per misurarne la tenuta argomentativa.

Dal punto di vista psicologico, l’assunto di fondo è che l’infanzia vissuta “nel bosco”, in un contesto affettivamente intenso e lontano dalle istituzioni, sia di per sé garanzia di salute psichica, mentre l’intervento dello Stato produrrebbe in automatico trauma, infelicità e patologie. È un’idea suggestiva, ma fragile. La psicologia dello sviluppo ha mostrato da decenni che il benessere di un bambino non coincide con l’apparente serenità né con l’intensità dell’amore ricevuto. Come ha spiegato John Bowlby, ciò che conta non è l’amore in quanto tale, ma la qualità dell’attaccamento: la capacità dell’adulto di rispondere in modo coerente ai bisogni emotivi del bambino, di tollerarne l’angoscia senza negarla, di offrirgli una base sicura da cui possa progressivamente separarsi. In contesti familiari molto chiusi e fortemente identitari, l’affetto può essere profondo ma poco differenziato; il bambino è amato, ma non sempre riconosciuto come soggetto distinto, libero di mettere in crisi l’equilibrio emotivo degli adulti.

È qui che diventa centrale il contributo di Donald Winnicott, psicanalista britannico, cosiddetto “falso Sé”: bambini apparentemente sereni, adattati, creativi, che hanno imparato molto presto a non disturbare, a non esprimere rabbia o angoscia, a incarnare l’immagine di armonia richiesta dal contesto. Non sono bambini liberi, ma bambini funzionanti. Questo tipo di equilibrio regge finché il sistema resta chiuso e coerente; quando però interviene una frattura – una separazione, un cambiamento radicale, l’ingresso improvviso di un altro sguardo – ciò che non è mai stato simbolizzato può emergere in forma grezza e violenta.

In questo senso, gli atti di autolesionismo non sono la prova che un ambiente istituzionale abbia “rovinato” bambini sani, ma il segnale che qualcosa, già prima, non andava. Lo psicologo Wilfred Bion ha descritto con chiarezza la funzione di contenimento: il compito dell’adulto non è eliminare il dolore, ma trasformarlo in pensiero, rendere l’angoscia pensabile. Quando questa funzione non è sufficientemente interiorizzata, il dolore resta allo stato bruto e il corpo diventa l’unico linguaggio disponibile. Il trauma, allora, non coincide con l’evento in sé, ma con l’impossibilità di rappresentarlo mentalmente.

Anche sul piano pedagogico, la narrazione che oppone una libertà “naturale” a un’educazione istituzionale percepita come normalizzante rischia di essere fuorviante. La pedagogia contemporanea non identifica la libertà educativa con l’assenza di struttura. Al contrario, i grandi modelli alternativi del Novecento hanno sempre insistito sulla necessità di ambienti preparati, osservazione competente e responsabilità adulta. La pedagogista Maria Montessori parlava di libertà come di un processo che nasce dentro una cornice chiara, non nel vuoto: il bambino è libero perché l’adulto ha predisposto uno spazio che lo sostiene e lo orienta. Anche pensatori come Jerome Brunera, psicologo cognitivista, hanno ricordato che educare significa offrire accesso a mondi simbolici plurali, non proteggere il bambino da ogni complessità.

La scuola parentale e le scelte educative non convenzionali sono legittime, ma non esistono in un territorio privo di doveri. Il diritto all’educazione non appartiene ai genitori, bensì al bambino. E questo diritto include non solo l’affetto e l’esperienza diretta, ma anche l’accesso progressivo al linguaggio, alla scrittura, al confronto con l’alterità. Difendere la libertà educativa senza riconoscere queste garanzie significa trasformare una possibilità in un assoluto.

È proprio questo passaggio che risulta più problematico anche dal punto di vista giuridico. Nel nostro ordinamento, così come nel diritto europeo, il soggetto di tutela primaria è il minore, non la famiglia come entità astratta. La responsabilità genitoriale non è un diritto incondizionato, ma una funzione: può essere esercitata solo nella misura in cui risponde all’interesse del bambino. L’allontanamento, quando avviene, non è una condanna morale né una persecuzione culturale, ma una misura cautelativa e temporanea, soggetta a verifica e revisione.

Parlare di “psichiatrizzazione dei dissidenti” significa confondere la valutazione clinica con il giudizio ideologico. Le perizie non servono a punire stili di vita non conformi, ma a valutare se, in una determinata fase, le funzioni genitoriali siano adeguate ai bisogni del minore. Anche le critiche di Simonetta Matone, spesso richiamate, riguardano soprattutto i tempi e le rigidità procedurali, non la legittimità dell’intervento in sé.

La tentazione di trasformare una vicenda complessa in una fiaba morale – con bambini puri, adulti cattivi e un sistema disumano – è comprensibile, ma pericolosa. La letteratura, quando è grande, serve a illuminare l’ambiguità dell’umano, non a sostituirsi alla psicologia, alla pedagogia o al diritto. L’amore è indispensabile, ma non basta; la libertà è preziosa, ma senza garanzie può diventare un vincolo invisibile; la critica alla tecnica è necessaria, ma non può tradursi in un rifiuto della responsabilità collettiva.

Proteggere l’infanzia significa tenere insieme compassione e regole, immaginazione e verifica, affetti e istituzioni. Ogni volta che una sola di queste dimensioni pretende di bastare a se stessa, a pagare il prezzo più alto sono proprio i bambini che si vorrebbero difendere.

 

 

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Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent'anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell'Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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