La teoria del sè nella Gestalt

22 Marzo 2024



La teoria del sè nella Gestalt
La teoria del sè nella Gestalt

 

In questo secondo contributo sul sè nella Gestalt (vai all'articolo precedente), mi riferirò solo in sintesi agli elementi costitutivi del Sé che, solo a titolo di menzione, sono l’Es, l’Io e la Personalità nei quali si evidenzia una chiara derivazione dai concetti della impalcatura concettuale freudiana.

L’Es, infatti, rappresenta l’insieme più o meno indifferenziato ed irrazionale di pulsioni, eccitazioni organiche, tracce mnesiche relative al passato ed è fortemente connesso con la dimensione corporea. In sintesi può venire considerato il mondo interno nella vasta gamma delle accezioni psico/biologiche che a questo termine possono riferirsi.

La Personalità rappresenta il sistema degli atteggiamenti assunti nei rapporti interpersonali. Tale immagine potrà essere più consona e funzionale al nostro modo di essere autentico o, al contrario, il risultato di di un certo numero di concezioni errate di noi stessi, di introietti, di ideali dell’Io di maschere etc. (Perls et al., 1951, 445). Questo avviene appunto nella personalità nevrotica dove si assiste ad una fissazione ad un passato immutabile in cui i vecchi schemi adattivi, pur non rispondendo più alle mutate esigenze dell’interazione con l’ambiente, si riproducono con un automatismo rigido e disfunzionale.

L’Io rappresenta la funzione decisionale di scelta/rifiuto in risposta all’emergere di richieste e pulsioni provenienti dal mondo interno od esterno. L’esercizio di una intenzionalità sana, quindi, consisterà nella limitazione consapevole di certi interessi, percezioni e spinte in modo da potersi concentrare su altre, mentre quella nevrotica rappresenterà una serie di autointerruzioni nella possibilità di accondiscendere a stimoli di crescita e di cambiamento a causa di intoppi e di gestalt irrisolte.

Queste sottrarranno l’energia necessaria per il passaggio all’azione e il soddisfacimento dei bisogni, l’appagamento dei desideri e delle spinte esplorativo-creative. In quest’ottica:

“La psicopatologia è appunto lo studio dell’interruzione, dell’inibizione o di altre interferenze nel processo di adattamento creativo.

E ancora:

E’ a questa frontiera-contatto che gli eventi psicologici accadono. I nostri pensieri, le nostre azioni, i nostri comportamenti, le nostre emozioni rappresentano le nostre modalità di esperienza e di incontro di questi avvenimenti di frontiera”. (Perls et al., 1951, p. 271).

Pur nella analogia con gli apparati dell’Es dell’Io e del Super-Io è fondamentale cogliere la differenza di impianto teorico nei confronti della Psicoanalisi. In questa, in realtà, la dimensione inconscia viene associata prevalentemente all’Es e quindi alle pulsioni libidico-aggressive e al principio del piacere. La dimensione superegoica, di converso, è all’insegna del principio di realtà e di una strutturale condizione repressiva nei confronti delle spinte istintuali. Tale conflittualità intrinseca, più che legittima considerato il clima culturale del tempo ed espressa con dovizia di considerazioni metapsicologiche da Freud nel Disagio della civiltà, viene superata da una concezione meno pregiudiziale sulla appartenenza di campo dei due apparati in conflitto (piacere-realtà).

La progressiva focalizzazione sulla funzione mediativa dell’Io, tra istanze pulsionali e societarie, attraverso i contributi di A. Freud e di Hartmann e più in generale della Psicologia dell’Io che appunto attorno agli anni ‘40-’50 avevano proposto una evoluzione della primitiva impostazione freudiana, nonchè il clima culturale postbellico americano, tutto proteso verso un’utopia di liberazione da vecchi schemi repressivi hanno senz’altro contribuito a creare quel clima culturale in cui poter riconsiderare il rapporto individuo/ambiente (Es/Super-Io, piacere/realtà) in senso meno contrappositivo e conflittuale.

Una accelerazione in questo processo si è sicuramente avuta nel periodo californiano di Perls. La bellezza suprema del contesto ambientale ed umano in cui Perls si trovò a vivere ed operare negli ultimi anni, il centro di crescita di Esalen a Big Sur in California, oltre all’apporto non secondario dello Zen e dello stile di vita in armonia con la natura che lo stesso propone, facilitarono una visione meno conflittuale del rapporto individuo/ambiente. Questa visione consentì una essenzializzazione progressiva dell’impalcatura conoscitiva a favore di un’attitudine fenomenologicamente orientata e tesa alla valorizzazione nel qui ed ora delle risorse in concreto che l’individuo è potenzialmente in grado di cogliere dall’ambiente sempre che meccanismi di interruzione (legati alla sua storia personale più che ad una strutturale impossibilità a star bene) non si frappongano impedendo un’osmosi vitale tra realtà interiori ed esteriori.

VERSO UN MODELLO RAPPRESENTATIVO DEL SÉ

Questi, in sintesi estrema, i concetti classici sulla teoria del Sé. Il perchè detti concetti siano stati valorizzati così poco ed abbiano stimolato scarse evoluzioni ed approfondimenti successivi non è facile capire. Un elemento che, nella mia esperienza personale, è stato ricco di implicazioni evolutive ed ha rappresentato l’elemento di svolta nella riscoperta di questo impianto teorico è stato collegare detti concetti ed alcuni elementi accennati od impliciti ad un modello rappresentativo che, come vedremo, potrà significare di più di una metafora o di un fenomeno isomorfico.

Mi riferisco alla possibilità di rappresentare il Sé, in una versione che considero preliminare, come una membrana cellulare.

Questa rappresentazione non è nuova. Trova le premesse negli stessi riferimenti di Perls, di cui quello relativo alla pelle ho riportato, nonchè in allusioni più o meno significative di vari autori. Cito, fra tutti, quella di Serge Ginger che, accosta il fenomeno della frontiera/contatto tra l’individuo e il mondo alla funzione della pelle nell’individuo e a quello della membrana cellulare in un organismo unicellulare ravvedendovi dei parallelismi frappants con i temi sviluppati nella teoria del Sé (Ginger, 1978, 216).

Tale analogia viene sottolineata con forza ed ampio corredo di riferimenti bibliografici anche da uno psicoanalista tra i più penetranti ed aperti degli ultimi decenni. Mi riferisco a Didier Anzieu che su questo tema ha pubblicato nel 1985 un libro dal titolo appunto L’Io pelle.

Questa derivazione, i cui aspetti costitutivi vedremo più avanti, rappresenta la possibilità di ricondurre i tanti fenomeni biopsichici ad uno schema unitario ed elementare che fornirà un’utile griglia di collegamento tra tanti fenomeni attualmente considerati in modo disarticolato e poco organico.

Una critica che, di primo impatto, può essere avanzata ad un procedimento di questo tipo è il pericolo di operare abusive estrapolazioni tra fenomeni qualitativamente distinti quali sono gli accadimenti biologici e quelli psichici. In realtà, sempre per citare Anzieu: “Uno dei principi fondamentali della psicoanalisi è che ogni attività psichica si appoggia su una funzione biologica. L’Io-pelle trova il proprio appoggio sulle funzioni della pelle”.

Questo tipo di impostazione, comune a quanti si sono dedicati alla ricostruzione delle prime fasi del funzionamento psichico, è del resto condivisa dallo stesso Perls che non manca di ribadire, ad ogni piè sospinto, quanto le funzioni psichiche non possano in alcun modo essere distinte e scisse da una originaria dimensione organismica quale che sia il livello di funzionamento emergente (Perls et al., 1951, 436): “Il contatto consiste nel toccare, nel toccare qualcosa.

Non si deve pensare al sé come ad un’istituzione fissa; esso esiste ogniqualvolta e dovunque vi sia nei fatti un’interazione sulla via di demarcazione”. E ancora Anzieau: “L’esperienza si verifica ai confini tra l’organismo e il suo ambiente, fondamentalmente nell’epidermide e negli organi di risposta sensoriale e motoria “(ibid. 267).

Tale impostazione, a ben vedere, rappresenta un’acquisizione strutturale del pensiero psicoanalitico e dello stesso Freud, seppure l’attenzione prevalente si sia orientata nei fatti a dare maggiore risalto ai contenuti mentali e fantasmatici degli apparati psichici anzichè alla loro inscindibile derivazione ed interconnessione con i presupposti biologici. A tale matrice biologico-organismica la Gestalt tende a ricollegarsi nel pensiero di Perls.

Articolo precedecente (https://alberonimagazine.it/la-teoria-del-se-nella-psicologia-della-gestalt/)

(Continua, 3 parte...)

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La teoria del sè nella Gestalt

Riccardo Zerbetto

Riccardo Zerbetto è psichiatra e direttore del Centro Studi di Terapia della Gestalt (www.psicoterapia.it/cstg). Già presidente della European Association for Psychotherapy (EAP) e della Federazione Italiana delle Associazioni di Psicoterapia (FIAP.). Co-fondatore di Alea-Associazione per lo studio del gioco d’azzardo e dei comportamenti a rischio. Direttore scientifico di Orthos, associazione per lo studio e il trattamento dei giocatori d’azzardo.

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