Uno sguardo sulla psicosi

16 Novembre 2020



Uno sguardo sulla psicosi
Uno sguardo sulla psicosi

La psicosi è un disturbo caratterizzato da una grave alterazione dell’equilibrio psichico dell’individuo il cui rapporto con la realtà è molto compromesso. Quando non riesce più a condurre una vita apparentemente “normale”, ma sperimenta scompensi interiori e scollamento con il mondo circostante, lì incomincia a percorrere un territorio oscuro.

La paranoia e la schizofrenia sono le forme più comuni di psicosi. Qual è la loro origine? Qual è l’eziologia di questi stati deliranti? A queste domande non è stata ancora data una risposta definitiva. Freud non trattò le psicosi, ma ci ha lasciato un capolavoro di osservazione dell’inconscio nella Descrizione psicanalitica di un caso di paranoia descritto autobiograficamente (1910). È il caso clinico di  Daniel Paul Schreber presidente della Corte di Appello di Dresda che, nel 1903, pubblicò un libro dal titolo Memorie di un malato di nervi. Nella mente di Schreber la paranoia si manifestava sotto forma di deliro di grandezza e di allucinazioni mistiche ed erotomaniche. In questo modo il soggetto esprimeva, nell’interpretazione di Freud, una omosessualità rimasta fino ad allora sepolta nell’inconscio.

Freud, partendo anche da questo caso, formulò il ruolo svolto dall’inconscio nel campo delle nevrosi e delle psicosi. Carl Gustav Jung e Jaques Lacan sono partiti invece dalla patologia psicotica per arrivare alle rispettive definizioni di un inconscio, che, a un certo punto, soverchia la coscienza e la sbriciola. Per Jung la transizione è quantitativa: in ogni individuo esiste una soglia oltre la quale la psicosi si dichiara. I contenuti inconsci dilagano nell’Io cosciente. Lacan, che vede l’inconscio strutturato come un linguaggio, procede dalla prospettiva di una struttura paranoica primitiva che può essere superata solo grazie al processo di simbolizzazione.

Una mia paziente psicotica, usò un giorno una metafora molto efficace per definire il suo stato mentale: “ho una testa ricamata” e, in un momento di lucidità, mi disse “sono sbarcata nel territorio della follia”. Questo ci dice che anche nella persona psicotica permangono parti sane che permettono intuizioni sulle quali si può fare leva per un lavoro psicoterapeutico, sempre coadiuvato da un supporto farmacologico.

Uno “sbarco” presuppone una lunga traversata, forse “a vista”. La psicosi, infatti, ha una lunga invisibile gestazione. Può esplodere da un momento all’altro, ma i suoi prodromi possono risalire a vissuti o traumi molto precoci. Lo psicotico sperimenta “un mondo a parte”, un continente sconosciuto, dove il senso è perduto. Entra ed esce da questo mondo popolato da angosce spesso incomprensibili, anche per il terapeuta stesso. Sono angosce troppo arcaiche per essere declinabili, generano un vuoto incolmabile, riempito solo da ossessioni, deliri, allucinazioni e perversioni.

L’esasperazione delle pulsioni è un tratto che nella psicosi si manifesta in modo incontrollato e incontenibile. Un’altra paziente, durante la sua degenza negli anni 80 nell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, mi diceva che a volte girava” truccatissima” per i viali del parco dell’ospedale offrendosi per 100 lire agli altri pazienti. Era la stessa che a volte entrava in seduta vestita da Madonna. Lo psicotico è prigioniero di una morsa che dilania il suo mondo, scindendo violentemente gli opposti più simbolici, come, in questa paziente: sfrenatezza sessuale (la prostituta) e purezza estrema (la Madonna).

La poetessa Alda Merini così descrive il suo ingresso in manicomio negli anni 70:

Ho conosciuto Gerico,/ho avuto anch’io la mia Palestina,/e le acque limpide del Giordano.
Le mura del manicomio/erano le mura di Gerico/ e una pozza di acqua infettata/ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei/e i Farisei erano in alto/ e c’era anche il Messia/confuso dentro la folla:
un pazzo che guardava i Cieli/ e implorava ridendo
Noi tutti, branco d’asceti/ in un avello d’orrore/ noi tutti dentro l’amore/ eravamo come gli uccelli.
E ogni tanto una rete/ oscura ci imprigionava/ ma andavamo verso la messe,/ la messe di nostro Signore
e Cristo il Redentore/ confinato dietro una rete/ urlava a squarciagola/ tutto il suo male in Dio.
Fummo lavati e sepolti/ odoravamo di incenso./ E dopo, quando amavamo,/ ci facevano gli elettroshock/
perché, dicevano,/un pazzo non deve amare nessuno.
Ma un giorno da dentro l’avello/ qualcosa mi ha risvegliata/ e anch’io come Gesù/ ho avuto la mia resurrezione/
sono tornata alla vita/ ma non sono salita ai cieli/ sono discesa all’inferno/ da dove riguardo stupita/ le mura di Gerico antica.

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Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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