Il viaggio nella storia : da sofferenza o punizione a opportunità di conoscenza

15 Agosto 2022



Il viaggio nella storia : da sofferenza o punizione a opportunità di conoscenza
Il viaggio nella storia : da sofferenza o punizione a opportunità di conoscenza

Il viaggio nella storia

Gli esseri umani hanno sempre avuto l’impulso di muoversi. “Quando gli uomini hanno gustato una volta questo genere di esistenza, non possono più vivere diversamente.” (Joseph Arthur de Gobineau, Nouvelles asiatiques, Paris, Union Générale d’éditions, 1876; cit. da P. Centlivres, Être nomade: la peur, le désir et la fin, in Être nomade aujourd’hui, Neuchâtel, Institut d’ethnologie de Université et Musée d’ethnographie de la Ville, 1979, p. 20).

Si viaggia anche con l’immaginazione e la nostra storia è affollata da viaggiatori che mirano alla terra promessa, spinti da forze diverse come la fantasia, i sogni, le utopie e le speranze, per conoscere nuovi mondi e incontrare gente sconosciuta, per sfuggire da fame o persecuzioni, oppure, che semplicemente vagano senza cercare nessuna meta precisa.

I primi gruppi di individui sono nomadi per necessità. Si spostano alla ricerca del cibo. Solo a partire dall’8000 a. C., alcuni gruppi diventano stabili e fra i due iniziano le ostilità come testimonia la Bibbia nella lotta fra Caino, agricoltore, e Abele, pastore, e nella condanna della vita stanziale urbana rappresentata dalla torre di Babele.

Mentre i moderni esaltano il viaggio come manifestazione di libertà, come fuga dalla necessità, come un piacere o come il mezzo per ottenerlo, gli antichi vedevano il viaggio come una sofferenza, o addirittura come una punizione. (Eric J. Leed, La mente del viaggiatore. Dall’Odissea al turismo globale, Il Mulino, Bologna, 1992, p. 17)

Il loro modo di intendere il viaggio come un percorso chiuso, circolare, è analogo all’idea che hanno del tempo e dello spazio. Nell’età classica, il tempo storico è infatti percepito come qualcosa di ciclico dove si assiste all’alternarsi di epoche d’oro e di epoche di decadenza.

L’individuo può solo assoggettarsi all’oscuro volere del Fato greco o della Fortuna romana, adeguandosi al suo movimento regolare e inesorabile simile a quello di una ruota che, girando, trascina con sé tutte le creature e pone ordine nel caos dell’universo. Gli eroi greco-romani nelle loro gesta e nei loro spostamenti sono succubi delle oscure decisioni prese dalle Moire o Parche, divinità di un culto più antico di quello di Zeus che, pur essendo il re degli dei, non può modificare. L’uomo può semmai volgersi con malinconia al passato che trasforma in mito e prende come punto di riferimento e come memoria dei valori perduti. In questa ottica, l’uomo in cammino nutre più nostalgia per la sua casa lasciata alla partenza che entusiasmo per la meta da raggiungere.

La concezione dello spazio rispecchia l’immagine di un piccolo mondo a se stante che ruota attorno al mar Mediterraneo limitato dalle invalicabili colonne d’Ercole.

Il viaggio antico è ben rappresentato dall’Odissea di Ulisse. Involontario, pieno di prove e sofferenze, fa perdere la stabilità e la pace rappresentate dalla propria terra e dalla casa e rende sempre più ambito il rifugio che Penelope sta custodendo. Tuttavia, Ulisse, come spesso viene fatto notare dagli studiosi, è un personaggio moderno, e riesce ad acquisire, con il viaggio, una maggiore coscienza delle proprie capacità, e a definire meglio la propria personalità. È in viaggio, infatti, che l’uomo, l’eroe, ha l’opportunità di manifestare il proprio coraggio, che può sviluppare la capacità di sopportare il dolore, e testare la forza della sua volontà di portare a compimento la prova cui è sottoposto. Perché il viaggio stesso è una prova che contiene a sua volta numerose prove, legate indissolubilmente ad esso. Nel percorso, l’identità si scarnifica, perde progressivamente tutto ciò che non è essenziale, e arriva a delimitare quello a cui non si può assolutamente rinunciare.

Ma, se il viaggio è una prova, “ciò che dà valore al viaggio è la paura”, l’ansia sottile che porta a desiderare il ritorno, a sperare di reintegrarsi nella sicurezza della quotidianità. Ecco perché Camus sostiene che:

non si viaggia per piacere, perché non c’è piacere nel sostenere sempre nuove prove.

(A. Camus, Carnets 1935-1942, Gallimard, Paris, 1962, in Eric J. Leed, op.cit, p. 20)

“Partire” e “patire” non sono termini simili solo nella grafia ma indicano anche una medesima esperienza. Certamente, la stanchezza, i pericoli, i disguidi, i contrattempi sono meglio sopportati dal viaggiatore che inizia il suo cammino se li considera come il costo per ottenere la libertà, per raggiungere la catarsi, per incontrare la divinità o per soddisfare la sete di conoscenza.

L’idea di associare la sofferenza al viaggio e legarla intimamente a questo, è vecchia come il mondo. Nella tradizione ebraico- cristiana, questo connubio nasce con la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Costretti all’esilio, si lasciano alle spalle il serpente e l’albero della sapienza, così come il loro figlio Caino, scacciato dopo l’uccisione del fratello Abele, lascia dietro di sé il fratello morto ed il sangue che ha versato con la violenza e che ancora intride i solchi arati della sua terra. (Genesi, 3, vv. 23-24 e Genesi, 4, vv. 12-14) Caino, inoltre, ha commesso una colpa talmente grave e irreparabile agli occhi di Dio che la sua punizione deve essere altrettanto definitiva. Così, Dio lo condanna all’eterno vagabondare, al viaggio perenne, a un completo sradicamento, alla ricerca continua dell’espiazione: “ramingo e fuggiasco sarai sulla terra” (Genesi 4 v. 12).

Come Caino espia il proprio peccato camminando, così, successivamente, il pellegrino cristiano espierà le sue colpe nella faticosa marcia verso il santuario. Il viaggio cristiano è, così, contemporaneamente punizione e espiazione.

La volontà di lottare contro la natura o contro altri uomini per dimostrare la propria forza è un’altra finalità del viaggio nell’antichità. L’emblema di questo tipo di viaggiatore è rappresentato da Alessandro Magno. Nel Medioevo sono, invece, i cavalieri erranti, spesso figli cadetti che, per compensare i riconoscimenti mancati, in quanto riservati ai primogeniti, cercano di dimostrare la propria forza e il proprio valore viaggiando. Partono spesso alla ricerca di reliquie come la Vera Croce o il Santo Graal. In seguito, con le Crociate, si recano in difesa del Santo Sepolcro. Le loro gesta sono raccontate da Chretien de Troyes e riprese, molto più tardi, da Walter Scott affascinato dalle avventure cavalleresche medievali.

Dal XII secolo, per esempio, nelle Crociate dei ragazzi, migliaia di giovani del centro Europa partono improvvisamente abbandonando tutto e tutti appena si sparge la voce che si sta intraprendendo un pellegrinaggio in Terra Santa o in qualche altro luogo dove sia avvenuto un miracolo. Hanno così poco da perdere. Si lasciano alle spalle una vita di miseria, di schiavitù, una vita senza futuro. Nella crociata del 1212, predicata in Francia dal giovane Stephen per andare a liberare i “luoghi santi”, un esercito nel quale molti sono ancora dei bambini, fluisce verso Marsiglia arricchendosi via via di nuove reclute e distruggendo tutto al suo passaggio come uno sciame di cavallette. Queste crociate sono malviste e temute sia dalle autorità civili sia da quelle religiose perché destabilizzanti. Gli osservatori di quel tempo faticano a comprendere la voglia di questi giovani di riscattare una vita di servitù che, tuttavia, garantisce loro la sopravvivenza, e temono il tragico epilogo che ha quasi sempre accompagnato fatti di questo genere. Nel caso della crociata del 1212, delle sette navi partite stracolme dal porto francese, due affondano durante una tempesta vicino alle coste della Sardegna, le altre cinque arrivano nel nord-Africa, ma, una volta sbarcati, tutti quei giovani vengono venduti ai mercanti di schiavi. Forse, però, sono stati più fortunati di quei ragazzi tedeschi che, nello stesso periodo, si raccolgono attorno al giovane Nicholas e, arrivati fino a Genova per imbarcarsi, non trovano nessun capitano disposto ad accoglierli. Allora, si disperdono per la pianura Padana dove muoiono di fame o per mano dei contadini che si vedono depredare le coltivazioni da queste torme disperate. (R. Lavarini, Il pellegrinaggio cristiano. Dalle sue origini al turismo religioso del XX secolo, Marietti, Genova, 1997, pp. 440 e segg.)

Il viaggio del cavaliere medievale, volto alla scoperta e alla ricerca, è il prototipo del viaggio moderno. Il giovane cavaliere parte solo, e da solo va “alla ventura”. Non ha un percorso prestabilito, non sa che cosa lo attende, né chi incontrerà. È mosso da curiosità e dall’ideale cavalleresco. Capisce che il viaggio è il mezzo per raggiungere l’autonomia. È il prezzo della propria libertà. Per moltissimo tempo, infatti, i caratteri distintivi dell’uomo libero sono stati il possesso delle armi e la possibilità di partire liberamente. Quindi, era servo chi non poteva portare con sé delle armi ma anche chi non aveva il diritto di uscire dalla vita quotidiana e abbandonare il proprio padrone.

Mentre il Classicismo propone un tipo di vita piuttosto statico, sviluppato attorno alle grandi Corti, proiettato verso il passato, in cui il “viaggio” letterario diventa un mezzo per rievocare lo splendore delle antiche civiltà greco-romane, il Rinascimento, la Riforma e l’Umanesimo, sostenuti dal fermento economico, sociale e culturale, aprono la strada a quello che diventerà il turismo.

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Rosantonietta Scramaglia

Laureata in Architettura e in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito il Dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Ha compiuto studi e svolto ricerche in Italia e in vari Paesi. Attualmente è Professore Associato in Sociologia presso l’Università IULM di Milano. È socia fondatrice di Istur – Istituto di Ricerche Francesco Alberoni. È autrice di oltre settanta pubblicazioni fra cui parecchie monografie.

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