Mai fidarsi troppo di una cintura di seta

29 Aprile 2019



Mai fidarsi troppo di una cintura di seta
Mai fidarsi troppo di una cintura di seta

Xi Jinping è arrivato in Italia qualche settimana fa sorridente e abbronzato, come un tipico uomo di affari orientale affascinato dalla nostra penisola. Sua moglie, molto elegante e disinvolta – è un’ex cantante molto popolare nel suo paese -, si stupiva in ogni momento della bellezza italiana, dei suoi colori, del cibo. Elargivano sorrisi e forse qualche selfie. Dopo Roma hanno voluto visitare la Sicilia, Palermo, estasiati dai panorami e dalla storia.

Nessuno si è accorto di avere a che fare con l’uomo  più potente del mondo, men che meno i telespettatori distratti dei tg, più attenti alle piccole vicende nostrane, come i nuovi amori dei nostri ministri o il trasloco della sede di un partito.

Xi Jinping è il presidente della Cina, successore di Mao, e, per connetterci alla storia millenaria del gigante asiatico, di Kublai Khan, il magnifico sovrano incontrato da Marco Polo tanti secoli fa.

E’ venuto in Italia nelle vesti di un antico mercante, a fare affari. A chiedere all’Italia di tornare ai tempi di Marco Polo, di iniziare nuove collaborazioni commerciali su quella che lui stesso ha chiamato la nuova Via della Seta.

Ma che cos’è in pratica la Via della Seta?

La versione inglese di questo progetto – che pare sia stato pianificato diversi decenni fa per essere portato allo scoperto al momento giusto, con la proverbiale pazienza cinese –  è più chiara: Belt and Road Initiative (BRI). Belt significa cintura e Road strada. Si tratta di un progetto gigantesco di costruzione di infrastrutture ferroviarie (cintura) e marittime  (curiosamente definite “strada” anziché “rotta”) per congiungere l’Atlantico al Pacifico, dunque gli estremi del mega continente Eurasia e per connettere tutta la parte di mondo che si affaccia sull’Oceano Indiano ( quest’ultima strategia è chiamata anche “filo di perle”)

Pochi giorni fa, il 26 e il 27 aprile, c’è stato il secondo forum della BRI a Pechino. Xi, davanti a 37 leader mondiali, al segretario delle Nazioni Unite e ai rappresentanti di più di cento nazioni.

L’impegno finanziario della Cina nella Bri è sensazionale:  un trilione di dollari fino al 2027. Solo la la China Development Bank, a fine 2015 , aveva già investito 110 miliardi di dollari sulla Bri finanziando circa 400 progetti in 37 paesi ( fonte Sole 24ore)

Fino ad ora hanno già aderito un’ ottantina di nazioni, tra cui molte cosiddette emergenti in Africa e nell’Asia meridionale, e ora sta iniziando il reclutamento europeo, che ha già visto aderire il Portogallo e la Grecia (che ha venduto ai cinesi il porto del Pireo).

Sulla carta è una magnifica idea per unire popoli e commerci e aumentare ricchezza in gran parte del mondo. Ma, come in tutte le magnifiche cene a cui sono invitati innumerevoli convitati, chi paga il conto finale? E se qualcuno non ha il denaro per pagare la sua parte, che succede?

Xi, sempre carismatic0 e accattivante – quasi un Kennedy asiatico all’apparenza, ben lontano dallo stile militaresco dei suoi predecessori -,  nell’ultimo forum ha cercato di rassicurare i partners, parlando di una Via della seta “pulita, verde, multilaterale e sostenibile”, con standard finanziari “di alta qualità”, con l’impegno di dire no alla corruzione e sì alla sostenibilità, ambientale ed economica.  Sara vero? Ne sappiamo abbastanza della BRI per poterci fidare?

Molte risposte le fornisce l’editorialista del Corriere della Sera Danilo Taino nel suo illuminante saggio “Scacco all’Europa”, partendo dalla struttura mista a capitale privato e pubblico delle aziende della Cina, stato in cui vige ancora il dirigismo di Stato e che nel 2001 è entrata nel WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio) con grande scetticismo internazionale in quanto tanti ritengono che i prodotti a prezzo eccessivamente basso che esporta siano tali perché influenzati da sussidi statali e per questo sospettati di concorrenza sleale.

Trump, che non ha mezze misure, ha iniziato da tempo “la guerra dei dazi”, tassando in modo massiccio le merci che arrivano dalla Cina e iniziando di fatto, non solo in campo economico, ma geopolitico, una seconda guerra fredda con la Cina.

Ma quali sono i rischi di un’adesione troppo entusiasta alla BRI?  Non resta che dare un’occhiata ai paesi che hanno aderito per primi.

Il meccanismo è quello della “trappola del debito”: a un paese, di solito emergente, viene offerto di finanziare una serie di importanti infrastrutture: autostrade, ferrovie, ma anche dighe, senza pretendere grandi garanzie di restituzione, ma indicando precise scadenze per la restituzione. Ai paesi che non rispettano le prime scadenze viene “ristrutturato” il debito che, da decennale, diventa ad esempio trentennale, e in alcuni casi, anche di più.

Nel frattempo arriva mano d’opera, prodotti cinesi e in alcuni casi, come nel Gibuti – dove si sta realizzando un’enorme autostrada che collegherà la capitale ad Addis Abeba- una postazione militare di 10 mila uomini tra soldati e civili, ufficialmente per proteggere gli accessi portuali dai pirati che infestano la zona  e quindi gli investimenti cinesi –  ufficiosamente si tratta di un’estensione di sovranità.

Lo Sri Lanka, facendo costruire un secondo porto commerciale dai cinesi, ha accettato delle postille pericolose, una delle quali era quella di far sapere ai costruttori chi arrivava e chi si fermava, ovvero informazioni riservate, inoltre la cessione del porto in capo ai creditori per ben novantanove anni ha portato a un cambiamento di politica estera a favore dei cinesi e a scapito degli indiani, ormai accerchiati politicamente e in futuro anche militarmente.

Gli esempi aumentano di giorno in giorno.

Mai fidarsi troppo di una cintura di seta.

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Mai fidarsi troppo di una cintura di seta

Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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