Stalker

24 Gennaio 2022



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Lo stalker è un persecutore, ma si trova alle nostre spalle o potrebbe essere anche dentro ciascuno di noi?

Tra le varie tipologie di stalker, sempre più  spesso la cronaca quotidiana riporta lo stalker amoroso, l’ex partner respinto, che non si rassegna alla conclusione di una relazione perché ha individuato nel suo rapporto di coppia il centro della propria esistenza e della propria progettualità futura.

Il suo amore respinto, diventa l ossessione di ritrovare, di ricreare il rapporto perduto. Si può quindi affermare che “colui che rifiuta di esser rifiutato si trasforma in stalker.”

 

In inglese il verbo to stalk è legato alla caccia e significa fare la posta, braccare, pedinare. Quindi il molestatore passa le giornate a tormentare, con intrusioni sia psicologiche che fisiche, la sua preda creando in lei stati d’ansia, frustrazione e vergogna.

Le vittime di uno stalker, a volte sopportano a lungo questa intrusione, posticipando una strategia di fuga protetta ed iniziative che possano neutralizzare i comportamenti patologici del persecutore.

Spesso la vittima, infatti, non riesce ad avere una reazione tempestiva ed efficace, minimizza, si ritiene “più forte”, pensa di riuscire a gestire la situazione e che la cosa si risolverà con il tempo.

A volte, trova una giustificazione al comportamento dell’importuno. La visione del limite da tenere è ostacolata da qualcosa che può fornire una giustificazione: “è talmente innamorato/a che mi segue ovunque, mi controlla e non riesce a staccarsi da me”. Oppure riemerge nella  vittima il ricordo di un passato comune, di un amore un tempo condiviso: “non può essere così cambiato/a, da non poter trovare un punto di incontro con me, una soluzione”.

Talvolta le vittime invece rischiano di diventare complici, anche perché sono terrorizzate e temendo per la propria incolumità, possono mettere in atto atteggiamenti remissivi, accomodanti e arrendevoli. Ma qui sta l’errore. Perché in questo modo lo stalker trova facile accesso e continua imperterrito a importunare la vittima, in modo da far proseguire la relazione. Quindi c’è il rischio, nei casi più gravi, che le vittime di stalking, se non debitamente aiutate, non riescano a liberarsi dai loro aguzzini.

 

Lo stalker invece oscilla tra due opposti: un vissuto di onnipotenza, secondo il quale si sente irresistibile e non capisce come non lo si possa amare, dall’altra un vissuto di impotenza totale, per il quale si sente una nullità e dunque meritevole di essere abbandonato.

Secondo questa dinamica, il persecutore considera l’oggetto del proprio desiderio indegno, stupido, infantile incapace di riconoscergli il suo enorme valore. Contemporaneamente lo idealizza attribuendogli tutte le attrattive, tutte le qualità possibili. Per questo lo vuole a tutti i costi, perché solo lui rappresenta l’amore “vero e puro”.

Una stalker alla quale chiesi come mai continuava a tempestare di telefonate (anche cento al giorno!) il suo ex fidanzato che stava per sposarsi con un’altra e che le aveva spesso ripetuto di non amarla più, mi rispose che da un lato ogni volta che gli telefonava la sua ansia di controllo si placava e che inoltre sperava, in questo modo, che lui si convincesse finalmente che lei “era una gran donna, una donna speciale”.

 

La pervicacia e a volte la ferocia di certe strategie di stalking, sono un segno della ormai avvenuta “colonizzazione” della mente del persecutore. Sono pensieri ossessivi legati a una continua rilettura storica della relazione, con relativi sensi di colpa e vissuti di inadeguatezza.

Si tratta anche di una ricerca senza fine di strategie di avvicinamento e di controllo per recuperare il rapporto che ingabbia lo stalker, sottraendogli ogni energia.

 

Nei casi più estremi, lo stalker non si consente nessun altro investimento affettivo, al punto che a volte persino i figli divengono strumenti e vittime della sua persecuzione. La vita per lui ha perso ogni senso. Chi lo ha abbandonato deve essere annientato, in modo diretto o colpendolo ferocemente negli affetti più cari, come i figli (“così capirai che cosa significa essere abbandonato”).

Solo così lo stalker pensa di potersi liberare dall’ossessione di un amore divenuto odio, un odio che a volte fa ricadere anche su se stesso.

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Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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