Turismo. Quando una meta non è accessibile

8 Settembre 2022



Turismo. Quando una meta non è accessibile
Turismo. Quando una meta non è accessibile

Al di là delle caratteristiche strettamente connesse alla meta analizzate nell’articolo precedente (LINK), sono determinanti nella scelta di un viaggio altri due fattori chiave: la situazione in cui si trova il paese di origine del turista, determinata da elementi politico-economici e socioculturali e l’accessibilità della località da raggiungere.

Per quello che riguarda il primo fattore ci possono essere situazioni che impediscano ai cittadini di spostarsi liberamente (divieti politici, crisi economiche, guerre, epidemie ecc.). Abbiamo appena vissuto le limitazioni ai viaggi dovuti alla pandemia quando, l’11 marzo 2020, il direttore generale dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha dichiarato che la diffusione del coronavirus Covid-19 doveva essere considerata pandemia. Ne sono seguiti milioni di morti, divieti di spostamenti, paure di contagi e una recessione economica globale dove il settore più colpito è stato quello del turismo che ha registrato un crollo dei viaggi e dei soggiorni senza precedenti. Poi, è iniziata una lenta ripresa con una domanda cambiata: gli Italiani fanno vacanze brevi durante tutto l’anno, molte sul suolo nazionale e spesso nei luoghi dove ritornano alle proprie radici i dove possono entrare in contatto con la natura.

 

Riguardo al secondo fattore, l’accessibilità di un luogo dipende dal mezzo usato per arrivarvi. Oltre alla distanza, di solito giocano un ruolo decisivo nella scelta della meta il fattore tempo e il fattore costi. Quindi, se mediamente può essere accettabile raggiungere una località in due ore, ciò significa che il turista che pensa di raggiungerla in auto, si muoverà in un raggio di 150-200 chilometri, quello che pensa di usare l’aereo potrà arrivare fino a 1500 chilometri di distanza.

Per esempio, per rendere più appetibile il turismo tra la Scozia e l’Irlanda superando la percezione comune che sono distanti perché separate dal mare, una pubblicità di alcuni anni fa puntava proprio sul fatto che: “Tutto quello che divide la Scozia e l’Irlanda sono due ore e mezza”. La meta diveniva più accettabile considerando che si impiegavano solo due ore e mezza di viaggio, invece di soffermarsi sull’idea di dover prendere un traghetto o di misurare la distanza del percorso via mare fra le due terre.

Oggi, le compagnie aeree low cost, che collegano a tariffe basse le principali città europee, hanno completamente cambiato la geografia del continente in termini di accessibilità, sia dal punto di vista dei tempi di trasporto sia, soprattutto, da quello della raggiungibilità in termini di prezzo. Ma quando si diffonde la paura di volare a livello globale come è avvenuto dopo l’11 settembre e più recentemente durante la pandemia, cambiano anche le mete turistiche che diventano perlopiù vicine e nazionali.

Solo in alcuni casi particolari sono proprio la mancanza di accessibilità o le difficoltà da superare per raggiungere un luogo che ne accrescono l’attrattiva. Di solito, chi si lascia coinvolgere da questa sfida sono i più avventurosi, sono quei giovani per i quali il disguido non è mai un fatto drammatico, l’orologio ha dei ritmi meno vincolanti.

 

Ma l’accessibilità di una meta non dipende solo dalla sua collocazione, è determinata anche da elementi esterni sia al paese di origine sia a quello ricettore. Si tratta di eventi sfavorevoli come disastri naturali, oppure ostacoli incontrati lungo il percorso, come le tensioni politiche internazionali. Spesso, gli operatori non possono né prevederli né programmarli. Al contrario, giovano ai paesi interessati, la costruzione di nuove strade, di ferrovie, di ponti o gallerie che uniscono città e paesi, oppure, gli accordi politici come quello di Schengen che ha abolito le frontiere fra diversi paesi europei, la creazione di monete uniche come l’euro, le trattative di pace come è avvenuto per Israele nel 1993 dopo l’accordo negoziato a Oslo sulla questione palestinese.

Oggi, grande peso sulle scelte turistiche hanno assunto la situazione politica internazionale causata dalla guerra fra Russia e Ucraina e ancor prima le restrizioni dovute al Covid-19. Ed è proprio in tempi di incertezza come il nostro che per incentivare le persone a progettare e prenotare ugualmente le vacanze, viene spesso assicurato il rimborso delle caparre in caso di impedimento anche se molti preferiscono comunque scegliere soluzioni che non richiedono prenotazioni o approfittare dei last minute.

 

Delle conseguenze che i più disparati eventi esterni comportano per il turismo, abbiamo esempi in ogni epoca.

Troviamo nelle cronache che riguardano il Giubileo del 1750, per esempio, che nonostante i grandi preparativi, l’affluenza dei fedeli per l’Anno Santo è stata inaspettatamente minore rispetto ai Giubilei precedenti. L’inverno del 1750 era stato molto piovoso. Nella stessa Roma alcuni straripamenti del fiume avevano prodotto danni allontanando i pellegrini. L’intera Europa, poi, si stava riprendendo a fatica dalle guerre di successione e le idee illuministe che andavano diffondendosi avevano assegnato alle confraternite un ruolo sempre più ridotto nella vita sociale e religiosa delle popolazioni.

In tempi ben più recenti, il disastro avvenuto a New Orleans nel 2005 ha cancellato per mesi quella città, meta usuale dei viaggiatori, dagli itinerari turistici.

Ma studiando anche l’impatto dei fatti terroristici e di guerra sul turismo, troviamo che, con la guerra del Golfo, c’è stato un enorme calo di entrate nei Paesi arabi. Ma non si è trattato di un calo uniforme. Esso era proporzionato alla sensibilità dei diversi paesi verso tale fenomeno. I francesi, per esempio, lo temono molto e, da quando ci sono stati disordini in Algeria, il flusso turistico è bruscamente diminuito anche in Marocco, a causa della sua vicinanza, passando dai 488.000 arrivi del 1993 ai 439.000 l’anno dopo. Mentre la clientela inglese è aumentata nello stesso periodo di 20.000 persone.

Lo stesso è avvenuto nel 1994 in Turchia quando, in seguito all’instabilità politica o agli atti di terrorismo, il numero dei turisti francesi è calato in un anno da 300.000 a 230.000, mentre quelli britannici sono saliti da 440.000 a 570.000. Le diverse reazioni possono essere dovute al fatto che l’informazione costante della minaccia integralista araba sul suolo algerino, molto viva fra i francesi, non abbia raggiunto i britannici i quali, probabilmente, hanno anche sviluppato una specie di antidoto, abituati com’erano al terrorismo dell’Ira nella vicina Irlanda. (Dati presi da N. Beau, B. Péyrani, “L’industrie du tourisme face au défi intégriste”, in L’expansion , n. 504, 26 giugno 1995, pp. 26-33)

 

Fra i fattori esterni con cui deve fare conto una meta, esiste anche il problema della concorrenza fra centri turistici. Una località può essere disertata quando le viene preferita un’altra considerata simile in quanto offre gli stessi servizi e le stesse attrattive ma a costi inferiori. Per cui, chi ama sciare sulle Alpi può scegliere di recarsi in Italia e non in Svizzera (e viceversa) se vi trova il costo della vita più favorevole, oppure, un’offerta alberghiera più attrattiva o un paesaggio naturale più incontaminato, e così via.

Nel 2022, gli americani, grazie all’euro ai minimi storici da dicembre 2002 e con un dollaro sulla soglia della parità, hanno ripreso in gran numero a venire in Italia preferendoci ad altre mete e facendo un tipo di turismo che hanno battezzato revenge tourism, dove recuperare le occasioni perdute con i lockdown percorrendo i borghi e prendendosi il tempo di scoprire le radici della cultura locale e della quotidianità, e di acquisire e portare a casa nuovi saperi e nuove abilità, nel nostro caso soprattutto culinarie.

 

Come reagiscono le mete di fronte al calo di arrivi?

Dopo la crisi del turismo che ha coinvolto un po’ tutti i Paesi arabi, per esempio, questi si sono prodigati a organizzare mostre nelle loro capitali o nelle grandi città estere, cercando di diffondere notizie sulla loro civiltà, sulle loro tradizioni, su quegli aspetti del folklore che potessero affascinare le popolazioni occidentali. Così, uno degli effetti paradossali dell’integralismo islamico è stato quello di far entrare i Paesi del sud del Mediterraneo, nell’area delle strategie di marketing e di comunicazione più moderne.

Anche i tour operator si adattano velocemente alle situazioni critiche o addirittura belliche dei vari paesi dirottando i loro clienti su altre mete equivalenti. I turisti che prima andavano nel sud algerino a fare trekking, per esempio, sono stati in seguito deviati nel sud della Mauritania. Nel 2005, dopo gli attentati terroristici verificatisi a Sharm El Sheik, sul Mar Rosso, gli operatori hanno lanciato Marsa Alam, sempre sullo stesso mare.

Nello stesso modo, gli operatori locali delle destinazioni ritenute a rischio cercano di attrarre ugualmente i turisti diminuendo i prezzi. Questo espediente con alcuni tipi di turista funziona. Per esempio, lo specialista dei viaggi francesi in Turchia, Marmara, nel 1991 era passato dai 115.000 clienti dell’anno precedente a 30.000. Ha quindi diminuito i suoi prezzi del 15% e ha proposto week-end a condizioni promozionali. In questo modo, nel 1994 è riuscito a raggiungere 125.000 turisti. Naturalmente, ha anche mutato l’immagine della Turchia e delle aree da presentare ai clienti, non più mostrando soprattutto Istanbul e le città d’arte, come avveniva prima, ma offrendo loro la possibilità di trascorrere soggiorni balneari sulla costa a prezzi e rischi meno elevati.

Anche in Egitto gli itinerari turistici evitano in certi momenti “caldi” le visite alle piramidi di Giza e, al loro posto, vengono promossi i soggiorni balneari sul mar Rosso.

Dopo gli attentati del 1993, l’Egitto ha investito 36 milioni di dollari per ricostruire la sua immagine di fronte al turismo, cercando di sedurre il visitatore non solo attraverso la pubblicità dei percorsi classici ma anche promuovendo grandi esposizioni e invitando alcune personalità di rilievo mondiale. In meno di due anni, ha organizzato quattro grandi esposizioni che si sono rivelate un’utile strategia. E dopo gli attentati di New York dell’11 settembre 2001 ha messo in atto una massiccia campagna promozionale che non solo gli ha permesso di non perdere clienti, ma, nell’anno successivo, ha aumentato gli arrivi del 15%. Lo stesso è avvenuto nel 2005, dopo le bombe scoppiate a Sharm El Sheik. (Dati WTO Organizzazione Mondiale del Turismo, Report, WTO, Madrid, 2005)

Di contro, la mancanza di un’efficace azione promozionale da parte delle isole Maldive, solo parzialmente colpite dallo tsunami, la tremenda mareggiata che ha devastato diversi paesi nel sud est asiatico alla fine del 2004, ha fatto registrare nel 2005 un vero crollo negli arrivi, ben superiore al 50%. (Dati WTO, op.cit.)

Anche l’influenza benefica e le conseguenze positive di interventi privati sull’immagine di una meta non sono una cosa nuova. Basti pensare al terrore che incuteva la montagna ai viaggiatori fino al XII° secolo quando numerosi ordini cavallereschi e religiosi hanno iniziato a creare dei luoghi di assistenza e di ospitalità, prima nel fondovalle, poi su alcuni famosi passi come il Sempione e il San Gottardo. Ciò ha cambiato profondamente l’immagine delle Alpi, tanto che l’Abate di Cluny, Pietro il Venerabile, poteva osservare con orgoglio che: “Ciò che appariva complicato si è trasformato in una linea retta e le asperità sono diventate strada pianeggiante. Anche le Alpi e i loro ghiacciai, anche le rocce condannate alle nevi eterne ci hanno permesso di dimenticare il loro antico orrore”. L’uomo si era così finalmente scrollata di dosso l’antica maledizione che gravava sulla montagna e poteva nascere secoli dopo il turismo montano. (E. Rizzi, “Ospizi e vie dei pellegrini nelle Alpi centrali tra il XII e il XV secolo”, in AA.VV., Medio Evo in cammino: l’Europa dei pellegrini, Atti del Convegno di Orta San Giulio, 1989, pp. 209 e segg.)

 

(L’articolo trae spunto da alcuni temi trattati da R. Lavarini, Viaggiatori, Hoepli, Milano, 2005)

 

 

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Rosantonietta Scramaglia

Laureata in Architettura e in Lingue e Letterature Straniere, ha conseguito il Dottorato in Sociologia e Metodologia della Ricerca Sociale. Ha compiuto studi e svolto ricerche in Italia e in vari Paesi. Attualmente è Professore Associato in Sociologia presso l’Università IULM di Milano. È socia fondatrice di Istur – Istituto di Ricerche Francesco Alberoni. È autrice di oltre settanta pubblicazioni fra cui parecchie monografie.

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