La libertà e il rischio della separazione

28 Marzo 2021



La libertà e il rischio della separazione
La libertà e il rischio della separazione

Non è vero che tutte le coppie infelici si separano. Lo si può osservare nella pratica clinica di coppia o anche semplicemente prendendo in considerazione le persone più vicine o gli amici.

Allora perché non tutti riescono a lasciarsi, anche se possono farlo? 

Cinquant’anni fa, la legge ha introdotto la possibilità di scindere un legame come il matrimonio. Si è trattato di una svolta. Ma dobbiamo domandarci se a questo cambiamento  di ordine sociale sia corrisposto davvero un mutamento anche di tipo psicologico nelle relazioni  sentimentali infelici.

Partiamo da una considerazione di buon senso: lasciarsi costa, in termini non solo economici.

Separarsi vuol dire disfare qualcosa che è stato costruito, o che si è accettato, a prezzo anche di difficoltà: un legame, o meglio, un sistema di legami umani. Le coppie spesso non vogliono perdere l’organizzazione, la sistemazione, che fa loro da contenitore, la ripetizione di gesti e di riti rassicuranti giorno dopo giorno. Il costo di questo “smantellamento” non può essere sottovalutato.

Una coppia infelice ha davanti a sé la possibilità di scegliere. La sofferenza non è evitabile. La decisione dipende anche dalla posta in gioco. Chi riesce a proiettarsi in avanti impiegherà più energia e sarà più predisposto al rischio della destabilizzazione che una separazione comporta. Ma non tutti hanno una visione così chiara di se stessi che possa consentire loro tanta risolutezza. Spesso si preferisce un malessere conosciuto e ormai integrato nelle abitudini piuttosto che un cambiamento, che non è controllabile negli esiti.

Separarsi significa, infatti, non controllare più l’altro e non esserne più controllato. Significa anche abbandonare, e dunque avere a che fare con il fantasma dell’abbandono. Questa rappresentazione psichica non è per tutti semplice da affrontare, perché va a riattivare zone dell’inconscio con esiti imprevedibili. A livello inconscio, abbandonare ed essere abbandonati ha lo stesso significato: fa emergere l’angoscia infantile causata dall’abbandono più o meno drammatico, da parte di una figura genitoriale. Per questo  la libertà che segue a una separazione fa paura.  

È meglio la prigionia dolorosa, e però rassicurante, di un legame infelice, che non il rischio di riattivare un’ antica esperienza devastante.

Ho chiesto, un giorno, a una coppia che conviveva da più di dieci anni e che, malgrado le dolorose turbolenze quotidiane, non riusciva a separarsi, quale  fosse l’aspetto che più li attraeva dell’altro e che impediva la loro separazione. Lui mi rispose: “Il fatto che lei abbia bisogno di me, so che è fragile”. Lei mi disse: “Pensare che lui possa soffrire come un bambino, è per me intollerabile”. In realtà ognuno parlava di se stesso, proiettando sull’altro la propria paura.

In questo caso, quindi, la rassicurazione relativa allo stare insieme si riferiva a un timore  più profondo, quello di perdere la riparazione e la protezione reciproca delle proprie parti più vulnerabili e infantili, legate all’angoscia di essere abbandonati.”Ero un bambino, lasciato a me stesso, in balia del nulla. Era come se fossi invisibile, nessuno mi ascoltava”, disse uno di loro. 

Questa esigenza reciproca di rassicurazione era fondante della loro relazione che si era configurata, fin dall’inizio, in termini di quasi esclusivo soddisfacimento di “antichi vuoti affettivi” grazie all’ ”effetto ansiolitico” dello stare in coppia.

Va precisato che, in generale, tutte le coppie  possono mettere in atto reciproche istanze riparative che favoriscono l’unione e la crescita. Ma, nel caso riportato, la protezione della propria e dell’altrui parte infantile costituiva il nucleo centrale della relazione.

In questi casi, tali dinamiche possono funzionare anche a lungo, però esiste sempre il pericolo che la  situazione d’insieme  possa mutare.  

Questo può avvenire sull’urto di un mutamento interiore di uno dei due oppure di un evento esterno improvviso che si ripercuote poi sulla coppia. Si determina allora una crescita sfasata e un disequilibrio nella relazione a causa  del  cambiamento subentrato in uno dei  partner. L’ “effetto ansiolitico” può diventare tossico e trasformare la protezione in una costrizione: “Sentivo l’obbligo di continuare la relazione”.

Ciò che dava sicurezza, diventa un peso ingombrante. Quello che prima era rassicurante, diventa vuoto rituale, coercizione. 

In questo senso, ciò che ha unito è anche ciò che può disunire, tenendo i partner legati in una catena di reciproche rivendicazioni e accuse. E tutto questo diventa più importante rispetto al perseguire ciò che veramente e profondamente si vuole. 

In questo modo si perde di vista la propria dimensione desiderante, e ci si trova in un conflitto teso tra restare nella protezione divenuta gabbia, o evadere per trovare, per dirla con Arthur Rimbaud: “l’aspra libertà”.

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La libertà e il rischio della separazione

Claretta Ajmone

Clara Ajmone, psicologa clinica e psicoterapeuta, ha lavorato per più di trent’anni in ambito psichiatrico, nelle Strutture Territoriali e Ospedaliere del Servizio Sanitario Nazionale. Fino al 2009 è stata Responsabile della Struttura di Psicologia dell’Ospedale di Niguarda, dove ha svolto attività di Psicoterapia individuale, familiare, di coppia e di gruppo. È stata didatta e tutor per psicologi allievi di varie scuole di psicoterapia.

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