La guerra come videogioco collettivo

21 Maggio 2022



La guerra come videogioco collettivo
La guerra come videogioco collettivo

Questa è la prima guerra che si svolge su diversi fronti comunicativi. Da un lato quello tradizionale dei giornali, sempre meno praticato. Dall’altro quello della televisione. Dall’altro ancora quello di internet e dei social. Si ha notizia ufficiosa dello sbarco del conflitto russo ucraino in un videogioco. Potrebbe essere vero: un celebre telegiornale italiano, infatti, si è scusato per aver mostrato al posto del reale video di uno scontro, una sequenza di un noto videogioco.

D’altronde il confine tra reale e virtuale è sempre più labile. Le realtà OFF e ON si intersecano continuamente.

Se un tempo c’erano inviati di guerra, con i loro taccuini impolverati, che dettavano articoli da telefoni di fortuna, ora la copertura satellitare consente di utilizzare anche semplici telefonini per riprendere qualunque cosa. Tuttavia le tecnologie sono diventate così sofisticate che anche un cellulare può utilizzare photoshop o altri sistemi per modificare la realtà. Non si sa più cosa sia reale o cosa realizzato dalla tecnologia digitale.

Alcuni l’hanno definita la prima guerra del metaverso.

Anche i maggiori protagonisti politici sembrano dei veri e propri avatar. Questa non è una critica, è comprensibile che a nuove regole del gioco corrispondano determinati atteggiamenti e determinati modi di vestire. Tuttavia, i fatti sono questi.

Zelensky non è più solo un capo di stato che difende il suo popolo, nei media è un avatar.  Come tutti gli avatar ha un unico abbigliamento, molto simbolico: una t-shirt verde militare, talvolta accompagnata da una felpa dello stesso colore. Barba lunga. I media sembra che abbiano fatto “copia e incolla” della sua icona e la trasmettano, come uno spot, ovunque, in occidente. Al Festival di Cannes, come in tutti i parlamenti del mondo occidentale. A tal punto che comincia a non sembrare più reale. Le inquadrature sono simili a quelle dei confessionali del televisivo Grande Fratello. Difficile ricordarsi del sangue vero che scorre nelle sue terre martoriate, della fame delle persone, del freddo. Non a caso Zelensky era un attore, un comico e showman, tra l’altro protagonista della storia televisiva ( Servitore del Popolo) di una persona diventata quasi per caso Presidente dell’Ucraina. Fatto che si è avverato. Realtà tratta dal cinema, un gioco di specchi borgesiani.  Il cinema sembra realtà o la realtà sembra cinema?

Dall’altra parte della barricata, in tutti i sensi, purtroppo, l’avatar di Putin è un viso che sembra sfuggire al passare del tempo, leggermente gonfio, forse per qualche intervento plastico, giacca blu. E’ rimasto iconico il tavolo lunghissimo delle trattative, fallite, con gli europei, opera di un artigiano italiano che ha moltiplicato i clienti da quando ha rivelato di esserne l’autore. Un perfetto villain. Degno di un film Marvel. Forse è malato, ogni tanto la sua mano trema. Anche nel suo caso: inquadrature sempre uguali, da molto tempo.  Lui, che conosciamo da vent’anni ormai, ha uniformato ora un’immagine che prima comprendeva anche quella stile ventennio del macho a torso nudo sul cavallo, o quella del giocatore di hockey sul ghiaccio. Se Zelensky è un attore, abituato ai set, non si può dire che Putin non sia avvezzo ai media. E’ su youtube infatti “Interviste a Putin”, di Oliver Stone, lunghissimo film documentario in cui il famoso regista parla con lui di qualunque argomento e in cui lo “Zar” se la cava piuttosto bene.

La vicenda drammatica dell’acciaiera di Azovstal di Mariupoli, poi, è stata paragonata da tanti alla celebre serie “La casa di carta”. Il vicecomandante Palamar, poi, ha una grande somiglianza con i personaggi di Oslo ed Helsinki nella stessa fortunata produzione spagnola.  Un altro avatar.

Miliardi di persone da giorni postano le loro immagini, sempre uguali. Sugli schermi compaiono ovunque, come nel film Trascendence in cui si moltiplicavano le immagini di Johnny Deep in ogni display possibile.

I popoli dietro a loro sembrano scomparsi nel nostro metaverso domestico. Le persone si schierano con l’uno o l’altro come se fosse una partita di calcio.  O meglio, come un videogioco collettivo. Al di là talvolta di ogni logica possibile, persino della ragion di stato.  E’ il videogioco del momento. Solo che ogni partita fa salire il livello di difficoltà.

E dietro a tutto questo, la Morte sorride. Senza Avatar.

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La guerra come videogioco collettivo

Giusy Cafari Panico

Giusy Cafari Panico (email), laureata in Scienze Politiche a indirizzo politico internazionale presso l’Università di Pavia, è studiosa di geopolitica e di cambiamenti nella società. Collabora come sceneggiatrice con una casa cinematografica di Roma, è regista di documentari e scrive testi per il teatro. Una sua pièce: “Amaldi l’Italiano” è stata rappresentata al Globe del CERN di Ginevra, con l’introduzione di Fabiola Gianotti. Scrittrice e poetessa, è direttrice di una collana editoriale di poesia e giurata di premi letterari internazionali. Il suo ultimo romanzo è “La fidanzata d’America” ( Castelvecchi, 2020).

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